Love Will Tear Us Apart

Love will tear us apart – JOY DIVISION

Quando vidi Cinzia davanti a me sentii come un colpo allo stomaco. Non la vedevo dal giorno in cui le avevo detto che amavo e che avrei sposato Roberta.

Ora Roberta era lì, stesa sul suo letto di fiori, immersa nel suo sonno infinito.

Se la morte in sé genera sgomento e confusione, la vita che ne fa da corollario spesso aumenta tutto ciò, fin quasi a diventare un circo di tragica pazzia. Cinzia si avvicinò a mio padre, che non l’aveva riconosciuta, ma che non sarebbe stato capace di riconoscere neanche i suoi figli in quel momento, lo salutò, poi si avvicinò con passo solenne al corpo freddo di Roberta, la guardò un attimo e poi, senza indugio, le baciò la fronte.

In quell’attimo chiusi gli occhi, cercavo di trovare il perché di tanto dolore ed era la prima volta in tutti quei giorni grigi e lugubri; cercai di comprendere perché la felicità dovesse spegnersi così. Non feci in tempo a trovare nessun tipo di risposta, Cinzia era davanti a me, mi aveva afferrato la mano e la stringeva, i suoi occhi erano addolorati di dolore vero, lei è sempre stata così, se mi avesse odiato, anzi, se ci avesse odiato, non sarebbe mai comparsa. Disse due cose che nella mia testa non risuonarono nella loro assoluta banalità: “Coraggio” e “E’ ancora così bella”; a me sembrò di sentire due frasi straordinarie, ma non era vero.

Più tardi tutta la colonna si mosse, i pochi amici di famiglia, i colleghi di lavoro, miei e di Roberta, mio padre, i parenti, tutti insomma e tutti con le solite facce, fuorché Cinzia. Lei era diversa e non per me o per quel momento, ma perché era nobile nel suo passo lento e nel suo sguardo basso quasi pudico; quella presenza mi annichiliva, anche se mi dava calore.

Al cimitero ci fu la consueta apoteosi di tristezza, la solita accozzaglia di lacrime, gesti, fazzoletti, veli, occhi e bocche serrate a fatica, quasi, dalla rabbia mi sfuggì il momento più importante, quello della tumulazione e me ne vergognai, pensando infantilmente che qualcuno, dall’alto, potesse vedere e giudicarmi. Mi ero dimenticato anche di lei, di Cinzia. Al termine della funzione c’era stato l’altro momento topico della banalità necessaria: i saluti e le condoglianze. Altro assalto all’arma bianca con baci, carezze, pacche sulle spalle, strette di mano e parole regolarmente sussurrate. Cosa c’è da sussurrare davanti alla morte di una persona che si ama? Si dovrebbe urlare! Ma è inutile, alla fine tanto si resta soli; ed è ciò che mi è accaduto: mi son trovato solo, all’ingresso del cimitero, in quella giornata stupida di ottobre, con il cielo azzurro ed un sole accecante.

Mentre tornavo verso l’auto, mi era tornata improvvisamente in mente Cinzia, non l’avevo più vista, non mi aveva salutato, ma non ce l’avevo con lei, anzi, era stata una bellissima sorpresa, in un giorno maledetto.

Mi ricomparve davanti, provocandomi quasi lo stesso effetto di poche ore prima. “Come va?” mi chiese risoluta. “Secondo te?”; eravamo evidentemente ancora capaci di colpirci con il sarcasmo. Lei si distese, abbozzò un sorriso, poi infilò le mani nella borsetta per cercare una sigaretta. In quel momento mi resi conto di quanto era elegante nel suo vestito grigio e solo in quell’attimo mi resi conto che indossava un cappello con un velo nero, che sollevò per potersi accendere la sigaretta. Mi porse il pacchetto, le feci segno di no. “Ho smesso”, dissi, “anche se penso che ricomincerò presto”. Tornò a sorridere, la guardai. Era molto bella, gli anni l’avevano migliorata, come se ce ne fosse stato bisogno.

“Vuoi restare solo?” mi chiese con estrema prudenza, forse aveva paura che le rispondessi positivamente, ma non c’era pericolo. “No, tutt’altro. Sicuramente non è il momento migliore per starmene da solo…”. Ci incamminammo verso la mia auto. “Andiamo a fare un giro” le dissi, come se ci fossimo incontrati davanti ad una discoteca.

Durante il nostro vagare senza meta, nella mia mente, ma probabilmente anche nella sua, galleggiavano tutte le domande più cretine da fare in quei momenti. “Dove ti eri messa?”, “Cosa hai fatto in tutto questo tempo?”. Altrimenti un classico: “Ti sei sposata?”; risposta che tra l’altro conoscevo perfettamente, visto che il suo matrimonio e divorzio lampo, con uno degli avvocati più conosciuti della città, era stato sulle bocche di tutti. Optai comunque per questa inutile domanda. “Lo sai benissimo”, rispose lei duramente. “Sai tutto su di me, come io so tutto su di te. In tutti questi anni non ci siamo mai lasciati veramente, le nostre anime, i nostri cervelli han continuato a comunicare. Forse sapevamo tutti e due cosa ci sarebbe toccato, ma siamo andati avanti lo stesso per la nostra strada”. Rimasi senza parole, poi feci la domanda più idiota del mondo. “Ma tu… mi ami ancora?” Pensai che a quel punto mi mandasse a cagare, oppure si mettesse a ridere, invece restò seria, senza apparenti emozioni.

Il silenzio poi regnò per alcuni minuti, fu Cinzia a decidere di romperlo. “Da quanto tempo non fai l’amore?” fu la sua sensazionale domanda. “Ma che diavolo…”. Io ero esterrefatto, lei insistette. “Rispondi alla mia domanda: da quanto tempo non vai a letto con una donna?” Ci pensai su. “Beh… Roberta era ammalata da…”, lei s’infuriò. “Non parlo solo di Roberta!” Iniziai ad innervosirmi. “Chi ti dice che andavo a letto con altre donne?” Cinzia continuava ad urlare. “Voglio sapere la verità, non ti nascondere con me!” In quel momento mi sentii in difficoltà, provai un’ansia che forse avevo conosciuto solo da bambino, quando combinavo qualcosa di maldestro ed ero terrorizzato dall’idea di essere scoperto. Un disagio profondo, nel riassaporare l’amarezza di quella mattina in cui mi svegliai al fianco di Silvia, una delle più care e più belle amiche di mia moglie. Un classico stucchevole che mi disonorava soprattutto di fronte a Roberta, che ormai consumata dalla malattia mi guardava silenziosamente con aria stranamente divertita, come se avesse capito tutto. I suoi occhi sembravano quasi dire “ti ho scoperto birichino….”, ma probabilmente era solo una mia ossessione.

Sicuro invece che io ero un vigliacco e decisi di esserlo anche con Cinzia. “Ho amato solo Roberta e penso che per il resto dei miei anni amerò solo lei”, dissi con un tono eccessivamente serioso, anche per un momento come quello.

A Cinzia infatti venne quasi da ridere. “Vabbè… scusa capisco…. ma un uomo nelle tue condizioni…. dico, non ci sarebbe stato niente di male….” Dopo scese il silenzio più totale al pari delle tenebre che annunciavano la fine del giorno. Paradossalmente l’oscurità ci fece sentire più vicini, forse più indifesi. Cinzia tornò all’attacco. “Ti sono mai mancata in tutti questi anni?” Dal suo tono capii che già si sentiva colpevole per questa sciocca domanda. Decisi di punirla. “No. Avevo altro a cui pensare”. Non era vero, ci avevo pensato a lei eccome. Cinzia scoprì subito il mio gioco. “Sei uno stupido bugiardo!” disse, cercai quasi di scusarmi, ma lei era diventata fredda di colpo. “Riportami alla macchina” intimò, io non avevo altri argomenti ed ubbidii.

Ci ritrovammo davanti al cimitero dopo un breve viaggio completamente silenzioso. Ero esausto, in quelle poche ore avevo come nuotato controcorrente in un tempestoso oceano di ricordi belli e terribili. Cinzia sembrò percepirlo. “Come ti senti?” mi chiese “Stanchissimo e tu?” Mi fissò severamente. “Io sono eccitata”. Per l’ennesima volta ci rimasi di merda, lei continuò. “Sì, è la verità, sono eccitata come non lo sono mai stata prima. Sarò pazza ma è così”. Ero sempre più incredulo e lo si vedeva chiaramente, ma lei era decisa a non darmi tregua. “Non ci credi? Senti…” mi afferrò la mano e se la infilò tra le gambe. Non portava gli slip ed i suoi umori inzupparono immediatamente le mie dita.

La prima tentazione fu quella di tirare via il braccio, ma la vinsi subito ed iniziai ad accarezzarla, prima lentamente poi furiosamente. Le nostre lingue si allacciarono saldamente e noi ci incendiammo all’istante. Il fuoco si estese, prima l’auto, poi i cipressi ed il bosco circostante. Arse il legno delle croci del cimitero, divorò i muri e si propagò fino alla città dove distrusse tutto, poi avvolse il mondo intero ed alla fine tutto l’universo era in fiamme.

Questo accadeva nella mia mente e, soprattutto nel mio cuore, finché arrivò improvvisamente la glaciazione quando lei disse : “Facciamolo sulla tomba di tua moglie!” La mia anima andò in mille pezzi, come fosse uno specchio buttato per terra. Cinzia era infoiata. “Uccideremo il nostro passato ed anche il nostro presente! Ci resterà solo il futuro”. Io ero già stato ucciso, così la seguii. Nell’oscurità corremmo verso il cimitero e come due teppistelli scavalcammo il cancello facilmente. Arrivammo alla tomba di famiglia di Roberta ed io stranamente non provai nulla. Spostammo un po’ di fiori, che erano una marea e ci tuffammo nel nostro assurdo e sfrenato amplesso. Cinzia senza ritegno urlava il suo piacere come se volesse veramente svegliare i morti e profanarne il sonno, io non avevo nessun controllo su di me. Sentivo come se la vita e la morte mi attraversassero per poi abbandonarmi in continuazione; i brividi di piacere erano fusi con quelli di una paura atavica che mi stordiva. Ero drogato di dolore, ma non me stavo accorgendo.

Subito dopo esserle venuto dentro, mi accasciai sul suo corpo, immobile. Cinzia tornò subito in sé. “Andiamo via ora”, disse con aria furtiva. Io non volevo seguirla, non la conoscevo. La spinsi di lato. “Lasciami stare”, bofonchiai. Era sempre più nervosa. “Non fare lo stupido! Andiamo, potrebbe arrivare il custode da un momento all’altro. Fino ad ora abbiamo giocato, ma adesso andiamocene”. Quelle parole mi ferirono. “Vattene tu. Io non ti seguo. Non ti voglio più vedere. Non voglio più vedere nessuno.” Cinzia mi afferrò per un braccio scuotendomi. “Sei impazzito? Non fare così, ora inizia una vita nuova. Una vita con me…”

Mi alzai di scatto e la colpii con un ceffone, lei cadde per terra. Mi misi ad urlare. “Di quale cazzo di vita parli? Tu sei morta, Roberta è morta, tutto è morto intorno a me!” Cinzia era stupita, ma tramutò presto la sua espressione attonita in rabbia pura. “Sei solo un poveretto! Un povero diavolo, pezzo di merda”, mi sputò in faccia. “Stronzo maledetto!” furono le sue ultime parole, poi corse via, sicuramente non l’avrei più rivista. Era veramente morta anche lei, come Roberta.

Mi stesi di nuovo sul marmo della tomba barocca di famiglia e cercai di pensare all’ultima volta che ero stato veramente felice.

Non riuscivo a ricordarmelo.

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