All Tomorrow Parties

All tomorrow parties – VELVET UNDERGROUND

Il mondo stava impazzendo quella sera, o meglio stava impazzendo quella parte di mondo che aveva vinto.

Casualmente io vivevo in quella parte di mondo, ma non ero certo un vincitore.

Tutti stavano impazzendo di gioia ed io avevo appena ucciso mio padre.

Era stata un’esecuzione veloce, senza tanti problemi. Era malato di cancro, soffriva troppo, non parlava più ed era dimagrito quasi quaranta chili, ma non riusciva a morire. Così un giorno mi indicò un cassetto, capii che dovevo guardare dentro e spostando un certo numero di carte, documenti, fotografie ed altro, sul fondo, trovai una pistola di cui ignoravo sia l’esistenza che la provenienza.

Dentro il tamburo c’erano solo tre proiettili, mio padre mi guardò come dire: “basteranno”. Mi misi a piangere, singhiozzando, mentre lui mi osservava severamente. Insieme avevamo visto spegnersi la mamma, più o meno nello stesso modo, mentre mio fratello Franco dopo un incidente sul lavoro era stato in coma tre mesi prima di andarsene anche lui. Quest’ultimo colpo aveva sgretolato quella roccia di mio padre, anche perché il datore di lavoro di mio fratello, unico colpevole visto che non rispettava nessuna minima norma di sicurezza, ne era uscito con le mani pulite, rovesciando interamente la colpa su Franco.

Erano mesi che stavamo insieme notte e giorno. “Non arriverà alla fine dell’anno” avevano sentenziato gli esperti l’estate precedente, ma si è fatto caldo di nuovo. Da allora siamo stati sempre insieme. Mi sono anche licenziato per poterlo seguire, o meglio, dopo i primi mesi di aspettativa, il capo del personale, un uomo sensibile, mi ha ordinato di rientrare al lavoro, pena il defenestramento e, se insistevo, mi avrebbero anche fatto causa.

Non so se solo gli stronzi siano entrati nella mia vita, ma so di avere qualche buon motivo per parlar male dell’umanità.

La rabbia che provavo mi asciugò le lacrime. Mio padre era ancora lì che mi osservava cupamente, poi cambiò espressione e sorrise. Aspettava la morte come un bambino attende un regalo di Natale ed io purtroppo non potevo deluderlo, era l’unica gioia che potevo dargli. Sollevai il braccio e gli puntai contro la pistola, lui fece segno “tre” con le dita e non chiuse gli occhi. Aspettava tutte e tre le pallottole. Esplosi il primo colpo e lo centrai in mezzo agli occhi. Era inutile sparare ancora. Mio padre aveva una strana espressione in quel momento, sembrava quasi stupito da tanta precisione. Il rumore dello sparo si confuse in mezzo agli schiamazzi della gente che stava festeggiando la vittoria.

Io uscii perché avevo bisogno di vita. Mi trovai in mezzo ad un carnevale di caroselli d’auto, trombe, persone urlanti con torce e bandiere. Fui abbracciato e baciato da gente che non conoscevo e la cosa mi fece sentire meglio. Avevo la pistola infilata nella cinta dei pantaloni, ma nessuno ci faceva caso. L’ultimo desiderio di mio padre era che avessi sparato tutti e tre i colpi e non potevo deluderlo.

Uno spettava al mio capo personale sicuramente, ma il datore di lavoro di mio fratello era più vicino, così mi diressi là. Suonai e dal citofono mi rispose una donna, gli chiesi informazioni e disse che suo figlio era uscito con l’auto per festeggiare, ma che avrebbe tardato poco. La ringraziai.

Attesi con pazienza e lui comparve quasi subito con il suo veloce e fiammante cabriolet, strombazzando come un pazzo. Al suo fianco c’era una bella e divertita ragazza bionda; sua madre comparve alla finestra. Appena arrestatosi saltai sul cofano. Sempre ridendo mi salutò calorosamente, afferrai la pistola e sparai. Fece la stessa indegna fine di mio padre, perché centrai anche lui in piena fronte. Lo schizzo di sangue inondò il viso della ragazza bionda che non era più divertita, poi mi dileguai, senza che alle mie spalle si levasse neanche un grido.

Di nuovo mi infilai in mezzo alla folla festante; in una piazza addirittura ballai a lungo musica sudamericana che usciva da un auto con gli sportelli aperti, insieme ad alcune decine di persone forse, come me, felici per la prima volta nella loro vita.

Era bello vedere tutti in quello stato.

Anche il mio ex-capo personale stava festeggiando, ma nel suo appartamento, con moglie e figli. Sembrava mi aspettassero, visto che la porta era aperta.

Entrai e trovai tutti sul balcone intenti a guardare con allegria il casino sottostante. Detti un calcio ad un vaso per richiamare la loro attenzione, tutti si voltarono spaventati. C’era lo stronzo e sua moglie, una donna sui cinquanta, ma talmente brutta da dimostrarne molti di più. Quindi un bambino di dieci anni ed una ragazzina di quindici. Feci vedere loro la pistola e feci segno di fare silenzio. Atterriti rientrarono tutti in sala da pranzo.

Li feci mettere in ginocchio, poi mi avvicinai al padre, gli puntai la pistola al petto e chiesi al bambino se sapeva cosa volesse dire non avere il padre. Scosse la testa in segno di diniego. Poi chiesi se secondo lui suo padre aveva un cuore. Questa volta disse sì, ma faceva fatica a guardarmi. Gli dissi che secondo me non ce l’aveva. Esplosi l’ultimo colpo. La donna svenne, la ragazza si mise a piangere, mentre il fratellino scappò via, ma non me ne fregava niente perché finalmente mi sentivo libero. Accesi la radio che trasmetteva una bella canzone lenta, sollevai la ragazza ed iniziai a ballare con lei. La strinsi, lei continuava a singhiozzare, sentivo le sue lacrime scendermi sul collo.

Dopo poco arrivò la polizia. Mi intimarono di lasciare la ragazza e di mollare la pistola che ancora tenevo in mano. Baciai sulle guance la giovane e la feci andare via, poi guardai i poliziotti con aria di sfida.

Con uno scatto gli puntai contro l’arma, facendo finta di sparare.

Una raffica di mitra mi falciò.

Adesso, come mia madre, mio fratello e mio padre sono veramente libero e, come tutti gli altri, anche noi possiamo festeggiare, insieme, in allegria.

Dal campo di Ripa
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