The Passenger

The passenger – IGGY POP

Sentivo freddo quella mattina. Era strano. E non sentivo che pochi odori. Forse stavo per morire. Peccato. In tutta la mia vita di cane randagio non avevo mai avuto nessun genere di disturbo. Ero ancora forte, nonostante le botte prese ogni tanto, ed il mio pelo era lucido e scuro degno più di un cane di razza che di un povero bastardo come me.

Aprii gli occhi e non vidi più quel pelo. Ero terrorizzato: qualcosa, forse una terribile malattia, mi aveva colpito. Saltai su e mi accorsi che su di me si era abbattuta la più grande disgrazia che mi potesse mai capitare: ero diventato un uomo!

Per un onesto cane bastardo come me, era una cosa nefasta, altri sarebbero stati contenti, io non provavo gran simpatia per gli esseri umani. Erano infedeli e collerici; intenti a subire angherie tutti i giorni, per poi rifarsi su di noi poveri animali o sui loro cuccioli, quelli che chiamano bambini.

L’unica cosa che mi piaceva degli uomini era lo spreco. Buttano via un mucchio di roba buona, che loro disprezzano, ma che noi randagi sappiamo apprezzare. “Siete fortunati voi giovani”, mi diceva spesso un vecchio botolo. “Adesso è facile trovare da mangiare, ma una volta, con la miseria che c’era in giro, dovevi veramente ingegnarti se non volevi morire di fame”.

Io però me la sapevo cavare bene in qualsiasi circostanza, ma da uomo non avevo la più pallida idea di come ci si comportasse, anche perché la sfiga aveva fatto in modo che io diventassi sì un bipede, ma povero e cencioso, alla faccia delle favole. Non sapevo come riuscivano a tirare avanti gli uomini; osservandoli avevo notato che si scambiavano questi pezzi di carta sbiaditi e più ne avevano, più erano contenti. Decisi di darmi una mossa, ormai dovevo accettare la mia nuova condizione senza fare tante storie.

Più tardi, mentre vagavo per la città in cerca di idee, un tizio mi chiese dov’era la stazione. “In fondo a destra, poi sempre dritto”, lui mi ringraziò ed io ci restai di sasso. Avevo una voce umana. Era normale essendo un uomo, ma per me era una cosa nuova. Avevo anche una bella voce e da quel momento fui molto più felice. Andai a fare due passi nel parco, dove abitualmente gironzolavano i miei amici. C’era anche un vecchio che ci portava sempre da mangiare, se riuscivo a convincerlo che ero stato un cane, forse mi avrebbe aiutato.

Subito non incontrai nessuno, poi da un cespuglio sbucò il mio amico Otis, un vecchio pastore tedesco. Attesi per vedere se mi conosceva, lui si avvicinò guardingo, ma il suo fiuto non lo tradì. “E tu che cazzo ci fai, conciato in quel modo?” disse, anzi abbaiò Otis. Era fantastico, capivo gli uomini ed anche i compagni della mia antica razza. “Non so niente, evidentemente sono stato promosso”, gli raccontai. “Oppure sono morto senza accorgermene e mi sono reincarnato, solo che mi ricordo perfettamente della mia vita precedente”. Otis guaì. “Che cacchio dici, noi animali non crediamo in Dio”, lui era un cane ateo convinto “Fai male, forse quando toccherà a te, ti reincarneranno in un chihuahua o addirittura in un gatto persiano da salotto”. A quelle parole appoggiò il muso per terra ed abbassò le orecchie. “Gli altri dove sono finiti?” Otis parve ancor più intristito. “Brutte notizie: oggi è passato l’accalappiacani e solo io sono riuscito a scappare”. La storia mi faceva incazzare. “Bastardi, ma loro nel peggior senso del termine!” I due tizi del canile erano due sadici, me ne aveva parlato un giorno un setter. Aveva trovato il cancello aperto ed era andato a fare un giro. Arrivarono questi due tizi con un laccio che lo afferrarono al collo immobilizzandolo, per poi caricarlo su un camioncino. Fortunatamente il padrone era passato a riprenderlo, perché là dentro era un inferno. Da qualche anno non possono più uccidere i cani, ma solo sulla carta, perché ogni tanto si divertono a farli morire di fame, oppure gli danno del cibo avvelenato. Mentre pensavo a queste cose, sentivo aumentare dentro me la rabbia; dovevo fare qualcosa per i miei vecchi compagni.

Proprio allora arrivò il vecchio che abitualmente ci portava da mangiare, io e Otis gli andammo incontro. “Ciao bello”, disse l’uomo rivolto al mio amico. “Come mai da solo? Dove sono i tuoi amici?” Intervenni io, per Otis sarebbe stato difficile spiegare. “Li ha catturati l’accalappiacani”. Il vecchio divenne anche lui viola dalla rabbia. “Dannati bastardi”, imprecò. “Potremmo tentare di liberarli”, dissi. L’uomo parve incuriosito da me. “Come mai sei così interessato a queste povere bestie?” Mi venne già da ridere ancor prima di iniziare il mio racconto. “Io ero Buck, uno di loro, quel bastardo pezzato bianco e nero. Non so per quale motivo mi sono trovato trasformato in uomo questa mattina”. Il vecchio non batté ciglio. “Eri un cane e adesso sei un essere umano?” chiese leggermente incuriosito, poi esclamò: “Che sfiga, adesso ti toccherà lavorare e pagare le tasse!” Sospirai, la vita del bipede più intelligente del pianeta incominciava a starmi veramente sulle palle. “E’ vero”, abbaiò Otis, “Adesso ti toccherà fare quelle cose orrende che fanno gli uomini, come votare o guardare la televisione”. La mia nuova vita mi deprimeva sempre di più, fortunatamente il nonnetto mi rimise di buon umore. “Vieni, andiamo a casa mia, se eri un buon amico da animale, non vedo perché tu non lo debba essere ora”.

Il vecchio abitava in una baracca vicino alla zona industriale; nonostante il puzzo era una zona tranquilla. “Dobbiamo fare qualcosa”, dissi al nonno. “Non possiamo lasciare i nostri amici dentro quel lager”. L’anziano ometto sospirò. “Hai ragione, ma io non penso di esserti di grande aiuto, non ho una gran forza ora, mentre tu sei giovane. Ci vorrebbe un altro come te”.

Nella baracca c’era la cena pronta per me ed Otis, presi un pezzo di carne cruda e la addentai, ma la sputai schifato. Il mio amico pastore tedesco si scandalizzò. “Dico, oltre che uomo, sei anche diventato scemo? Rifiuti del cibo così buono?” Avevo anche il palato da uomo e non potevo più mangiare come prima. Questa cosa mi mise ancor più di cattivo umore, così mi alzai da tavola. “Vado a fare due passi”, dissi. “Ho bisogno di prendere aria”. Dovevo riflettere sulla mia nuova condizione, sulla mia nuova sensibilità; provavo sensazioni assolutamente inedite e non sapevo ancora come fronteggiarle. Dalla mia vecchia rassegnazione di povero cane abbandonato era nata una rabbia assoluta, pronta ad esplodere in qualsiasi momento e dovevo trovare il modo di veicolarla.

Mentre ero assorto nei miei pensieri vagavo in quella specie di paesaggio lunare, fatto di cespugli bassi e cumuli di rifiuti, solcato da tanti piccoli canali maleodoranti. Vidi galleggiare qualcosa e subito pensai fosse immondizia, ma poi notai che quel qualcosa si stava muovendo e diventati sospettoso. Quando mi avvicinai mi resi conto che si trattava di un uomo. Non riuscivo a capire se era morto, certo non era lì per farsi una nuotata. Appena fu abbastanza vicino mi allungai per tirarlo verso riva. Era un giovane dai tratti orientali, ma soprattutto era vivo.

Il ragazzo aprì gli occhi e cercò di parlare, ma era esausto ed il suo sguardo supplichevole. “Stai calmo”, gli dissi. “Ora sei salvo”. Lui richiuse gli occhi rasserenato.

Dopo un paio d’ore stava molto meglio; il cibo ed il caldo della baracca del nonnetto gli avevano ridato una straordinaria vitalità. Si presentò: “Sono il principe Amhed VII, figlio di Amhed VI e nipote di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo”. Il vecchio non aveva capito bene “Una specie di Papa, insomma”, commentò. Anche Otis non era molto convinto. “Ci mancava solo un altro pazzo qui dentro”, latrò. Io lo ripresi “Aspetta a giudicare, sembra sincero”. Amhed fu sorpreso dal nostro dialogo. “Tu riesci a parlare con gli animali?” Lo guardai con l’aria più naturale di questo mondo. “Certo”, gli risposi con sicurezza. “Come ti chiami?” mi chiese. “Mi chiamo Buck”, mi piaceva il suono del mio nome. Il principe sembrava perplesso. “Ma book vuol dire libro in inglese…” Mi caddero le braccia che avevo da poche ore. “Non book”, dissi con rassegnazione, “ma Buck: bi – u – ci – kappa”. Speravo servisse lo spelling, ma non mi pareva convinto. “Ma Buck è un nome da cane!” Forse non era un vero principe, pensai, ma solo il giullare di corte. “Infatti ero uno di loro”. Il tono della mia voce era sempre più dimesso. “Solo oggi mi sono trasformato in uomo”. Si mise a ridere. “Perché io dovrei credere a questa storia?” Incominciava a starmi antipatico il principe. “Allora perché io dovrei credere che un tizio ripescato in un canale puzzolente è il figlio dell’uomo più ricco del mondo?” Amhed VII divenne serio e mi chiese scusa per la sua insolenza; più tardi ci raccontò l’origine dei suoi guai. “Mio padre Amhed VI, figlio di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo, ha fatto tante cose buone per questa nazione, perché ci si trova bene, la ama e qui abitano molti suoi amici. Ha sempre lottato per la pace e per questo alcuni industriali bellici lo combattono da sempre. Non erano molto pericolosi, ma adesso hanno un nuovo leader, l’onorevole Iradiddìo, che è un autentico criminale”. Io non avevo capito assolutamente di chi si trattasse, tra le varie fortune che avevo nella privilegiata condizione di cane randagio era l’assenza di politica. Era molto semplice: fra di noi comandava il più vecchio, quello con più esperienza; non ho mai capito perché non facciano così anche gli uomini. Il nonno sentendo parlare dell’onorevole si inscurì in volto. “Iradiddìo? Il maledetto capo del Partito Etnonazidemocomucattocratico? Quel maledetto bastardo, corrotto e fanatico”. Amhed si associò al vecchio. “Già, è un uomo violento e pericoloso. E’ stato un industriale avvelenatore ed uomo legato alla malavita ed ora è entrato in politica, per coprire tutte le sue malefatte”. Io cascavo dalle nuvole. “Pensavo fosse così per tutti i politici”, dissi con candore. Il nonnetto era sempre più incupito. “Macché, lui è un caso a parte. Fra le tante porcate che ha fatto, ha anche militarizzato l’accalappiacani!” Io e Otis ci guardammo, terrorizzati. Amhed tornò al suo racconto. “E’ stato lui a farmi rapire per uccidermi e poi gettare la colpa su mio zio, in maniera che mio padre Amhed VI, figlio di Amhed V l’uomo più ricco del mondo, gli dichiarasse guerra, così una lotta intestina avrebbe distrutto la nostra famiglia ed avrebbe lasciato il campo libero.”

Era pazzesco, pensai. Guardai ancora Otis. “E poi chiamano noi bestie…” fu il mio commento, lui guaì per acconsentire con rassegnazione. Amhed divenne molto serio “Ora io dovrei cercare di raggiungere i miei familiari, prima che scoppi la guerra, ma l’Onorevole Iradiddìo tiene sotto controllo tutte le vie della città. Se volete aiutarmi ancora, mio padre Amhed VI, figlio di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo, vi ricompenserà ampiamente. Altrimenti andrò da solo”. Parlò il nonnetto che era il più saggio. “Noi ti aiuteremmo volentieri, ma come? Loro sono tanti, forti ed armati, noi siamo quattro gatti”. Otis, sentendo parlare di felini, iniziò a ringhiare; gli feci segno di lasciar perdere, poi mi venne un’idea. “Loro però controllano tutti gli esseri umani non gli animali, potremmo mandare Otis con un messaggio”.

Il mio amico pastore tedesco non sembrava però entusiasta. Amhed invece approvò subito, fu sempre il vecchio a frenarci. “Lui da solo è un po’ poco, ci vorrebbero anche gli altri, altrimenti potrebbe essere rischioso”. Il principe tornò ad essere dubbioso. “Gli altri chi? Dove sono?” Ci pensai su e convenni che mandare Otis da solo sarebbe stato un po’ pericoloso. “Purtroppo li hanno catturati oggi ed ora sono prigionieri al canile”. Amhed non si scoraggiò. “Possiamo andare là, se si presenta qualcuno per adottarli, li liberano”. Era una cosa stupida, ma non ci avevo pensato. Ero un uomo e potevo farlo. Avrei fatto rilasciare i miei amici.

Quando arrivammo al canile con il furgone del nonnetto, era molto tardi, ma mi sarei inventato una scusa lì per lì con i guardiani. Suonai alla porta e dopo cinque minuti buoni, si aprì lo spioncino. Mi trovai di fronte una gran bella faccia da stronzo. “Che cazzo vuoi a quest’ora?” urlò. Più che una guardia cinofila, sembrava un commando anti-vietcong. “Salve”, risposi io con la massima gentilezza. “Avrei smarrito tre miei cani e volevo vedere se…” Quell’idiota m’interruppe rudemente. “Non si può, non ha sentito cosa ha ordinato l’Onorevole Iradiddìo?” Gli feci segno di no, lui continuò sullo stesso tono. “Che da domani tutti gli ospiti dei canili vengano torturati fino alla morte” Il mio cuore smise di battere. “Ma non la guardi la televisione tu?” gridò ancora il guardiano, io parlavo a fatica. “Non la possiedo”, la cosa lo scandalizzò. “Ma tu sei pazzo!” commentò il sadico e richiuse con forza lo spioncino. Lentamente tornai da miei compagni che, a quella notizia, restarono senza parole. “L’avevo detto che era un assassino!” disse alla fine il vecchietto. Io mi spremevo le meningi per trovare una soluzione, Otis ed Amhed erano un bel po’ giù di corda. “Dobbiamo cercare di far uscire i guardiani in qualche maniera”, fu la mia prima idea, Amhed non ci credeva molto. “Impossibile, quei due stronzi sono asserragliati là dentro. Chi li sposta?” Il mio cervello continuava a macinare. “Che cosa può indurre due uomini che stanno notte e giorno in un canile ad uscire?” Si misero tutti a pensare, finche il nonnetto esclamò “La figa!”

Lo guardammo tutti con aria interrogativa, mentre a lui scintillavano gli occhi. “Se ci fosse una bella donna qua fuori, loro correrebbero subito”. Mi tornò l’entusiasmo “Troviamone una!” Il vecchietto mi guardò con una certa compassione. “E dove la troviamo una donna, noi, a quest’ora?” Non mi arrendevo, pensai ancora e mi venne in mente qualcosa. “Ne ho visto lungo la Statale. Sono così gentili che molti uomini gli regalano addirittura dei soldi”. Il nonno ed Amhed si guardarono increduli, poi l’uomo mi spiegò alcune cose che, evidentemente mi erano sfuggite. “Quindi noi, non avendo denaro, non possiamo convincere una di quelle signore ad aiutarci”. I rapporti fra umani mi sembravano sempre più inesplicabili, ma soprattutto squallidi.

Intervenne il giovane principe. “Però se ne trovassimo una di buon cuore, disposta ad aiutarci, a farci credito insomma, un giorno potrei farla diventare ricchissima”. Il nonnetto non era molto convinto. “Dubito che ti credano, ma tentar non nuoce”

Risalimmo sul furgone e rapidamente arrivammo sulla Statale. Era pieno di donne, tutte colorate, tutte in fila. C’era anche un gran movimento di auto, ma nonostante tutto questo caos, notai che non c’era una gran felicità in giro. Quando si avvicinavano erano molto gentili, ma il loro sguardo era spento, probabilmente avrebbero preferito essere da qualche altra parte e presto diventarono nervose e sgarbate. Il Principe Amhed VII raccontò più volte di essere figlio di Amhed VI e nipote di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo, ma le risposte che ricevette non furono altrettanto nobili. Se andava bene gli ridevano in faccia, altrimenti partivano insulti di tutti i tipi ed un paio di volte spuntarono anche tizi dall’aspetto spaventoso che ci mostrarono delle armi da fuoco. Solo alla fine, quando il vecchietto si lamentò con una di quelle signore, dicendo che il buon cuore non esisteva più, ci fu indicata una ragazza che forse avrebbe potuto anche darci retta, tutti lì la chiamavano “la scema”.

La scovammo in una stradina laterale, dove passavano poche automobili, a differenza di tutte le altre non si mise a fare delle moine, anche perché completamente assorbita dalla lettura di un libro. Il nonnetto la chiamò. “Che leggi di bello?”, le chiese. “L’uomo senza qualità di Musil”, fu la sua risposta, l’uomo si complimentò. “Molto bello, anche se un po’ pesante a quest’ora”. Lei però sembrava entusiasta. “E’ un libro bellissimo! Vede, io sono una prostituta, ma voglio farmi una cultura. Un giorno vorrei diventare qualcuno!” Il nonno sorrise. “Signorina, noi facciamo al caso suo”, disse e dette uno strattone al principe, che scese dal furgone e ripeté la solita storiella. La reazione questa volta però non fu violenta, tutt’altro.

Dopo che Amhed ebbe parlato, ci fu un lungo silenzio, i due giovani si guardarono negli occhi per un pezzo. “Un principe, che bello!” disse lei con uno sguardo dolcissimo. “Che sta succedendo?” chiesi io, il nonno si mise a ridere. “Per me si sono innamorati!” Li osservai meglio e notai che in effetti erano molto più vicini e che Amhed le sussurrava qualcosa in un orecchio. Quella ragazza era molto carina, per quanto ne possa capire io di donne. Dopo un po’ salì sul nostro furgone, il principe era raggiante, non solo per la riuscita dell’impresa. La ragazza si presentò. “Mi chiamo Romantica”, disse sorridendo. Ero leggermente imbarazzato. “Un nome veramente… romantico…” balbettai. Otis guaì dalla disperazione.

Lasciammo il furgone poco distante dal canile, poi io ed Amhed ci procurammo dei robusti bastoni. Romantica andò a suonare al campanello, si riaprì lo spioncino, ma questa volta, sono convinto, il guardiano aveva ben altra espressione. “Sono con l’auto in panne”, gli raccontò la ragazza. “Potreste aiutarmi? Vi ricompenserei… generosamente”. Fu un gioco da ragazzi. Il beccaccione urlò qualcosa al suo collega ed in un baleno si catapultarono entrambi fuori dal canile. Romantica ondeggiando nel suo grazioso e succinto vestitino fucsia li guidò verso di noi. Avevano gli occhi fuori dalla testa per la gioia di un piacere solo immaginato e per questo dicevano delle gran sconcezze, ma quando arrivarono le mazzate, non riuscirono ad emettere un solo suono di più.

All’interno del canile non c’era nessun altro umano, ma solo i nostri amici più tanti altri prigionieri ormai rassegnati al loro triste destino. Tutti loro non credettero alle loro orecchie, quando sentirono un sapiens parlare la loro lingua, ma mi ringraziarono dicendo che non ci avrebbero mai dimenticati. Full, Whisky e Rolf furono ancor più felici di incontrare me, anche se non più cane e Otis. Salirono sul furgone e velocemente gli spiegammo la missione. Amhed dette ad ognuno di loro il messaggio per suo padre Amhed VI, figlio di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo, almeno uno su quattro ce l’avrebbe fatta sicuramente. Augurammo loro buona fortuna e tornammo alla baracca del nonnetto, avremo atteso là gli esiti della loro impresa.

Eravamo felici tutti quanti, io ed il vecchio per la liberazione dei nostri amici, Amhed per lo sventato pericolo della guerra fratricida, ma anche per Romantica, di cui si era chiaramente innamorato ed a cui riservava straordinarie tenerezze. “Strani animali gli uomini”, pensai. “Capaci sia di una passione, che di una ferocia bestiali”. Eravamo tutti sereni ma i nostri guai non erano finiti. Quando entrammo nella casupola ce ne rendemmo conto per un attimo, ma subito fu notte profonda.

Ci risvegliammo in mezzo ad un campo. Eravamo circondati da un bel numero di uomini completamente vestiti di nero, sicuramente gli stessi che ci avevano tramortito poco prima. La scena era illuminata da fari di grosse jeep ed ad un certo punto, uno di loro si fece avanti. “Vedo con dispiacere, caro principe, che lei non è ancora passato a miglior vita. Penso però che tarderà poco….” Non bisognava essere degli indovini per capire che quel piccolo ed untuoso ometto che ci trovavamo di fronte era l’Onorevole Iradiddìo. Restai deluso, dopo averne sentito parlare, mi sarei immaginato, chissà perché, di trovarmi di fronte un gigante. Quel pezzettino di merda mi fece invece una gran pena. Glielo dissi anche, lui non apprezzò e si mise ad urlare. “Piccoli bastardi!” Che conoscesse le mie origini? “Cosa credevate, di poter fermare la mia ascesa? Nessuno può farlo ed ora voi siete più che morti!” alzò il braccio e tutti i suoi sbirri caricarono le armi. Nessuno di noi si mise a piangere, o supplicare; nessuno di noi chiuse gli occhi. Era un piacere morire con degli amici, forse tutti noi stavamo pensando così in quel momento. L’Onorevole Iradiddìo dette l’ordine di sparare, ma non successe nulla. Gli assassini guardarono dritti negli occhi me, Buck, ex cane randagio, guardarono il nonnetto, guardarono Romantica, prostituta di buon cuore e soprattutto guardarono il principe Amhed VII, figlio di Amhed VI e nipote di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo e non spararono. Sembravano ipnotizzati.

Li risvegliò l’Onorevole Iradiddìo con le sue urla omicide, ma era troppo tardi. Sbucarono cani da tutte le parti ed assalirono quei fottuti malfattori; non erano altro che i nostri amici del canile, più altri che si erano associati nell’impresa.

Io ed Amhed cercammo subito d’intercettare ed annientare l’Onorevole Iradiddìo che però, come tutti i bravi uomini di potere, appena fiutato il pericolo, era sparito. Purtroppo anche Romantica era scomparsa.

Corremmo come pazzi in quel campo, cercando di scovare quel gran figlio di puttana e la stessa cosa fecero i nostri amici quadrupedi, appena ebbero ragione della sbirraglia. Riuscimmo a raggiungerlo sotto il ponte dell’autostrada, aveva però una pistola e teneva in ostaggio la ragazza.

Amhed l’avrebbe strozzato con le sue mani, ma non poteva farci nulla; tutti i cani si sistemarono in circolo, pronti ad assalirlo, ma lui premeva l’arma alla testa di Romantica. “Lasciatemi andare!”, gridava. “Se mi toccate la ucciderò!”

Fu un momento terribile, che però durò poco.

All’improvviso, senza fare nessun rumore, la testa dell’Onorevole Iradiddìo volò via. Tutti quanti seguimmo la sua traiettoria che terminò in un fossato poco distante. Dal buio sbucò il mio vecchio amico Whisky, ancora un ottimo cane da riporto, che corse fulmineo a cercarla, per ritornare dopo due secondi, soddisfatto, con il macabro trofeo in bocca.

Il Partito Etnonazidemocomucattocratico doveva cercarsi un nuovo leader. Stupiti, guardammo tutti verso il resto dell’esanime corpo ed ancor più attoniti osservammo l’arrivo di un uomo armato di enorme scimitarra.

“Padre!” gridò Amhed correndo verso quello che doveva per forza essere Amhed VI, padre di Amhed VII, ma soprattutto figlio di Amhed V, l’uomo più ricco del mondo.

Fummo tutti nominati Cavalieri del Regno degli Amhed, Romantica divenne ovviamente principessa e promessa sposa del giovane principe. Al nonnetto fu anche regalata un’isola nei caldi mari del sud, dove poter fondare la prima Libera Repubblica dei Cani Randagi.

Io ed il mio amico Otis oggi siamo ancora in giro per il mondo.

Un giorno, quando saremo vecchi e stanchi, andremo laggiù in quell’isola per morire in pace, ma per ora viaggiamo alla ricerca di altra gente che, come noi, ami la libertà.

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