Room A Thousand Years Wide

Room a thousand years wide – SOUNDGARDEN

Guardavo dalla finestra, fuori tirava un gran vento ed il vento mi rende sempre nervoso, come accade a certi animali. Soprattutto quel vento. Non quello bello, forte ed onesto, che trasporta montagne di nuvole ed annuncia le burrasche; quello che annuncia i cambiamenti, non solo del tempo. Ma quello sibilante ed indiscreto, continuo e logorroico, che tormenta anche quando ci si tappa in casa, perché arriva ovunque.

Cinzia era stesa sul letto e piangeva. Il rumore dei suoi singhiozzi, insieme a quello del vento rimbombavano nella mia testa vuota. Non mi provocavano dolore, solo una strana sensazione di terribile deja-vu. Dove avevo già visto una scena simile? Forse in un film, o l’avevo vissuta veramente, forse me l’avevano raccontata… ma perché mi giungeva tutto così scontato?

In verità era un momento terribile, sia per me che per Cinzia. Avevo deciso quella sera di interrompere la nostra relazione e se per lei era una tragedia, per me era una sconfitta.

Mia moglie negli ultimi tempi era diventata sospettosa, parlava sempre, anche davanti ad amici od estranei di relazioni extraconiugali. “Capitasse a me”, diceva con un certo livore, sconosciuto fino ad allora, “mio marito, finirebbe a fare la fame, te lo posso garantire. Altro che perdono od alimenti!” La cosa mi dava enormemente fastidio, anche perché sapevo che era vero. Era lei ad avere in mano tutto, era lei che aveva i soldi, la fabbrica di suo padre, le case e tutto il resto, io l’avevo solo sposata.

Cinzia mi piaceva, ma non era il massimo della vita. Certo, era calda, bellissima, giovane e spontanea, ma se la sera che Guido, il mio più caro amico, ci presentò, non avessi indossato un vestito di un famoso stilista e, quando mi offrii di riaccompagnarla a casa, non fossimo saliti su una delle mie tante berline di lusso, forse non le sarei piaciuto così tanto.

Singhiozzava poverina, in quei dieci mesi di relazione penso che avesse imparato anche a volermi bene, ma il suo pianto dirotto sembrava più un addio ai gioielli, ai grandi alberghi ed alle pellicce. Avrei voluto dirle che era solo un arrivederci, un altro come me l’avrebbe trovato presto, ne ero sicuro. Aveva stoffa per quelle cose.

Non le dissi nulla, però feci finta di rispettare il suo dolore, così come lei faceva finta di avermi perso.

Eravamo tutti fasulli quella sera, sarà stata colpa del vento.

Cercai di baciarla prima di uscire da casa sua, ma lei continuava a contorcersi singhiozzando, così lasciai perdere, anche perché iniziava a darmi sui nervi e pensai: “Meglio così; più mi fa girare le palle e più sono convinto di fare la cosa giusta”.

Lanciai la mia copia di chiavi dell’appartamento sul divano nell’ingresso, poi mi chiusi la porta dietro le spalle, chiudendola anche sul mio recente passato, piacevole e divertente quanto si vuole, ma troppo pericoloso per la mia posizione.

Mentre scendevo le scale pensai proprio a Guido, l’unico a sapere della mia tresca con Cinzia; diceva di non riuscire a perdonarsi di avermela fatta conoscere, avendo messo a repentaglio una famiglia.

Caro Guido, l’unico amico che, in vita mia, mai una volta mi aveva voltato le spalle. Ci conoscevamo dai tempi delle medie e quando incominciai la mia prima attività di rappresentante fu l’unico ad aiutarmi, mentre tutti gli altri si negavano. Quando poi conobbi Loretta, mia futura moglie e figlia di uno degli industriali più ricchi della città, ricomparvero tutti, dicendo che avevano sempre creduto in me. Fu uno spasso per tutti e due.

Ero assorto in questi pensieri mentre stavo percorrendo l’androne del vecchio palazzo dove abitava Cinzia, quando un uomo comparve sul portone di ingresso. Mi nascosi d’istinto, ero una persona abbastanza nota e non volevo farmi notare. Le chiacchiere viaggiano troppo veloci dalle nostre parti. Aspettai che quella persona se ne andasse o che passasse senza vedermi, così sbirciai per studiare le sue mosse. Avanzò con decisione e quando fu abbastanza vicino lo riconobbi; con mia straordinaria sorpresa vidi che si trattava proprio di Guido.

Non mi chiesi che cosa ci facesse lì e stavo anzi per saltar fuori e fargli, casomai, uno scherzo, ma sull’ingresso comparve un altro uomo che lo chiamò a voce alta. Guido si voltò con un certo timore, io incominciai ad innervosirmi. Lo sconosciuto si avvicinò e disse solamente: “Cosa pensavi di fare?” poi tirò fuori una pistola ed esplose tre colpi.

Il sangue mi si gelò nelle vene, il respiro si bloccò. Guido era riverso per terra, l’uomo si avvicinò per vedere se il suo lurido lavoro era stato eseguito perfettamente. Distinsi perfettamente i suoi lineamenti: trentacinque anni circa, abbronzato, capelli un po’ lunghi mori ed occhi verdi. Non l’avevo mai visto, ma non l’avrei mai più dimenticato. Lo sconosciuto, accertatosi della perfetta riuscita dell’esecuzione, corse via, scomparendo in un baleno.

Restai raggomitolato in quella posizione per qualche minuto ancora, poi la ragione ebbe il sopravvento sulla paura e compresi che presto qualcuno si sarebbe fatto vivo e mi avrebbe trovato lì. Guardai Guido per l’ultima volta e scappai. Lungo la strada non c’era nessuno per fortuna, il vento soffiava ancora forte, ma non ero certo nervoso per quello.

Presi l’auto e mi recai dalla parte opposta della città, dove nessuno o quasi avrebbe potuto riconoscermi. Trovai un bar ancora aperto o già aperto a quell’ora ed ordinai da bere del whisky, cosa per me non abituale, ma avevo bisogno di mandare giù il nodo che sentivo alla gola e, soprattutto, dovevo riflettere.

Ero stretto in una morsa dalla forza micidiale: avevo visto l’assassino di Guido perfettamente e potevo inchiodarlo, maledetto bastardo; ma avrei dovuto spiegare che cosa ci facevo lì. Avrei potuto dire di esserci capitato per caso, oppure che avevo un appuntamento con il mio amico, ma questi non sono scemi ed avrebbero scoperto presto che lì abitava Cinzia e non ci avrebbero messo molto ad arrivare a quelle voci su di me e sulla mia presunta amante. In più avrebbero anche potuto credere che io ed il killer fossimo d’accordo o addirittura che fossi io il killer.

Stavo brancolando nel buio dell’assurdo e non mi chiedevo neanche perché Guido fosse stato ucciso così barbaramente; mi preoccupavo come se fosse stata in pericolo la mia vita e non che fosse appena stata schiacciata la sua. Non riuscivo più a pensare, si era fatta mattina, ero quasi ubriaco ed il vento continuava a soffiare incessantemente.

Tornai a casa. Fortunatamente, appena arrivato, mi fu comunicato che la “Signora” era già uscita e si sarebbe trattenuta fuori per il pranzo. Dissi che non volevo essere disturbato per nessun motivo, ingoiai non so quanti calmanti e mi buttai sul letto.

Più che addormentarmi, persi conoscenza e quando riaffiorai dall’oblio più totale era quasi sera. Per un attimo ebbi la sensazione di essermi sognato tutto e mi sentii meglio, ma i passi, veloci e decisi, di mia moglie che stava sopraggiungendo, mi riportarono alla realtà. Loretta spalancò la porta con forza, i suoi occhi erano pieni di orrore, anche lei conosceva bene Guido. Purtroppo non avevo sognato.

I giorni che seguirono furono terribili. Al funerale c’era tanta gente, Guido era molto conosciuto e rispettato in città. Era presente anche Cinzia, apparentemente sconvolta e vederla non mi riempì certo di gioia. Mi guardava in un modo strano e non capivo se era per la nostra recente rottura o per la presenza di mia moglie. L’idea poi che facesse congetture tra l’orario dell’omicidio e la mia concomitante uscita da casa sua mi faceva impazzire.

Fu però un altro fatto a sconvolgermi definitivamente.

Qualche mattina più tardi, io e Loretta venimmo convocati in Questura. Lì c’erano vari conoscenti ed amici di Guido, tutti invitati dall’Ispettore a dare la massima disponibilità ed il maggior numero di informazioni, perché la quasi certezza era che l’omicida non fosse un balordo od un maniaco, ma qualcuno che conosceva bene la vittima e che voleva ottenere qualcosa dalla sua morte. Mi sarei messo a ridere, ma lo trovavo tragico allo stesso tempo: la Polizia, in pratica, sosteneva che l’assassino era uno di noi e questo era assurdo, ma loro non lo potevano sapere. Anch’io potevo essere fra i sospetti e presto sarebbero arrivati anche a Cinzia. Guardai mia moglie, lei sorrise, un lungo brivido mi attraversò il corpo.

Mi sarei dovuto alzare in piedi e dire “Io ho visto tutto” e fare giustizia al mio migliore amico, ora sotto terra ed invece eccomi lì impaurito ed incapace di ricordare. Del resto la mia vita continuava e, se mia moglie in qualche modo avesse saputo di Cinzia, sarebbe finita come la sua o quasi; e che vendetta sarebbe stata quella? Era meglio tacere ed eventualmente cercare il colpevole da solo ed inchiodarlo, ma da dove iniziare? Mentre mi ponevo questa domanda, la porta si aprì, una persona entrò ed io credetti di morire.

Era l’omicida, l’uomo dai capelli neri e lunghi.

Si presentò come un socio d’affari di Guido, ma io non l’avevo mai visto, a parte quella maledetta notte. Quando poi salutò mia moglie con trasporto, mi sentii veramente male, chiesi scusa ed andai fuori a respirare.

Dieci minuti dopo però uscirono tutti dall’ufficio, a parte Loretta che s’intrattenne a parlare con l’omicida. Speravo non mi vedesse, invece da lontano mi chiamò ad alta voce per, tragica sorte, presentarmi il finto amico di Guido. La sua stretta di mano era forte e decisa, patetica la mia, ma non mi vergognai, ero terrorizzato. Fortunatamente aveva fretta, così non si trattenne molto.

In auto, sulla via del ritorno a casa, chiesi a Loretta come faceva a conoscerlo e come mai, io che ero uno degli amici più intimi di Guido, non sapevo nulla del suo presunto socio d’affari. Mia moglie mi spiegò con funesta allegria che Dario, questo era il suo nome, anni prima in un’amena località turistica alla moda, l’aveva lungamente corteggiata. Da come cinguettava compresi quanto desiderasse una mia domanda sull’eventualità che lei avesse ceduto, per poi rispondermi con un malizioso sorrisetto.

Strana la vita: la comparsa di Dario aveva messo di buon umore Loretta e gettato me nella più cupa disperazione. Per quanto riguardava la Società, ne sapeva poco, ma a lei gli affari interessavano solo quando si trasformavano in denaro per gioielli, viaggi e vestiti. Solo pochi minuti prima, nella loro conversazione aveva imparato che l’ex socio di Guido operava in Svizzera, ma non era molto.

Dovevo saperne di più e trovare un modo per incastrarlo; ad un tratto mi sentii meglio, sapevo del suo omicidio, mentre lui ignorava la mia esistenza. In pratica l’avevo in pugno. Credevo fosse l’inizio della sua fine, invece ero alla fine della mia libertà, ma non me ne stavo accorgendo.

Due giorni dopo a casa mia si presentarono due funzionari di Polizia, mi fecero altre domande banali su Guido, ma io mi sentivo stranamente nervoso. All’improvviso il più anziano dei due mi chiese se conoscevo Cinzia ed il terrore tornò, come era accaduto due giorni prima. Ammisi di conoscerla, ma lui, non soddisfatto mi domandò in che rapporti eravamo. Quando balbettai un “buoni amici”, quasi si misero a ridere. Senza ritegno mi raccontarono di aver saputo, praticamente da tutti, che lei era la mia amante; questa cosa però non li interessava minimamente. Ciò che però li aveva incuriositi era molto più grave: Cinzia aveva ammesso di avermi incontrato a casa sua la notte dell’omicidio e che io ero uscito pochi minuti prima che sparassero a Guido. In tre secondi ero passato dall’essere uno dei sospetti ad essere il principale sospettato, probabilmente l’unico. Stavo per scoppiare in lacrime ed a stento mi trattenni. Confermai le parole di Cinzia, ma dissi di non avere mai incontrato Guido e che si era trattato di una tragica fatalità. I due poliziotti fecero capire che non mi credevano, ma non dissero nulla a parte che si sarebbero fatti vivi presto e quel “presto” risuonò come una condanna. Quando se ne furono andati incominciai a camminare nervosamente per la stanza, dovevo trovare subito Dario e cercare di farlo cadere in una trappola; adesso anche se avessi confessato di averlo visto sparare a Guido, tutti avrebbero pensato ad un ultimo, disperato tentativo di far cadere i sospetti su un altra persona.

Guardai nel mio databank se avevo qualche contatto che mi portasse a Dario, ma fu presto chiaro che l’unica persona che poteva essermi d’aiuto, era mia moglie. Lungi da me chiederle una cosa del genere, l’avrebbe insospettita subito, ma visto che era fuori casa, come ogni pomeriggio, mi misi a rovistare fra la sua roba.

Quel giorno era evidentemente destinato a sconvolgere la mia vita. Curiosando trovai due cose che mi fecero vedere Loretta sotto una luce diversa. La prima era a suo modo divertente, sotto un cumulo di camicie da notte trovai infatti una guêpière fucsia ed un vibratore. Evidentemente mia moglie non era quel monumento al pudore che avevo, anche a letto, sempre conosciuto. La seconda cosa riuscì a mettermi ancor più di cattivo umore: in fondo ad un cassetto trovai una pistola automatica. Certo, Loretta poteva essersela procurata per difesa personale, ne aveva diritto, ma vedere un’arma in quel momento in casa mia, mi sconfortò. La afferrai e la osservai come si potrebbe fare con una bomba pronta ad esplodere in qualsiasi momento, poi la riposi.

Se Maometto non va alla montagna, è la montagna che va da Maometto. Infatti verso sera, fu Dario ad arrivare a casa mia, in compagnia di Loretta. L’aveva invitato a cena. Dissi che purtroppo dovevo uscire per una cena di lavoro, mia moglie fece finta di essere dispiaciuta, Dario fece finta di voler togliere il disturbo ed io finsi di essere sportivo, invitandolo a restare.

Alla fine Loretta sprizzava gioia da tutti i pori. In quel momento intuii che forse quella passione nata sulla riva del mare era tornata a galla. Non l’avevo mai vista così; mi resi anche conto che lei probabilmente non mi aveva mai amato, ma non mi interessava molto.

Attesi più di tre ore che Dario uscisse da casa mia, poi lo seguii. Avrei scoperto dove abitava, a suo tempo sarei potuto penetrare di nascosto in casa sua e, eventualmente, trovare l’arma del delitto o tracce del suo recente omicidio, ma soprattutto il perché di tutto quell’orrore. Mentre lo seguivo mi sentivo inquieto; non ero abituato a tutte quelle emozioni.

Improvvisamente mi accorsi che mi aveva portato nel maledetto quartiere dove abitava Cinzia e la sorpresa fu ancora più amara quando Dario si fermò proprio davanti alla casa dove aveva ammazzato Guido.

Lo vidi scendere dall’auto ed entrare nell’edificio con nonchalance. Attesi un’altra volta e nel frattempo mi posi mille domande sul motivo che riportava l’assassino sul luogo del delitto. Il periodo fu però breve e Dario comparve dopo neanche dieci minuti. Risalì sulla sua Porsche e vidi che telefonava a qualcuno. Aspettò ancora un po’ poi ripartì di scatto, lo persi subito di vista.

Avevo percorso un chilometro circa, quando un’auto della Polizia mi affiancò e mi intimò di accostare. Era veramente un giorno maledetto, ma, terminate le veloci operazioni di controllo, si scusarono e mi lasciarono andare. Mi fermai in un bar a bere qualcosa per rilassarmi; avevo bisogno di contatti umani per cercare di stare meglio, così conversai con il barista per almeno due ore, poi decisi di tornare a casa.

Le sorprese non erano finite: davanti alla villa c’erano alcune volanti della Polizia. Erano quasi le tre, quindi non erano certo lì per le solite domande. Non si stava certo facendo una festa là e qualcosa di grave era accaduto, temetti anche per la vita di Loretta, ma nonostante tutto, non mi avvicinai. Restai nascosto, finché un paio d’ore più tardi vidi allontanarsi due auto, mentre una rimase a piantonare la casa. Aspettavano me, ma non certo per darmi il benvenuto. Attesi un altro po’, poi mi mossi.

Gli agenti non mi scorsero ed io riuscii ad entrare in casa dal retro, scavalcando il muro ed entrando dallo scantinato. Sembrava tutto tranquillo, ma improvvisamente sentii delle risate al piano superiore. Salii le scale e vidi della luce provenire dalla mia camera da letto. Sentii chiaramente la voce di mia moglie, spiai l’interno della stanza e per poco il mio cuore non si spezzò in due.

Dario, con foga animale, stava penetrando Loretta e mia moglie non era certo dispiaciuta di ciò. Sentii ribollirmi il sangue e detti un calcio alla porta talmente forte da spaccarla, ma i due figli di puttana, dopo un attimo di spavento si guardarono mettendosi a ridere.

Dario disse di non prendermela, lui era un vero amico. Ora che stavo per andare in galera per tutta la vita, avrebbe pensato lui a Loretta. Risero ancora. Io lo minacciai, l’avevo visto uccidere Guido e l’avrei detto alla Polizia. Il maledetto porco mi fece presente che la Polizia invece cercava me.

Ero stato visto a casa di Cinzia la notte dell’omicidio di Guido e quella sera, dopo aver saputo che la ragazza mi aveva tradito, ero andato a casa sua per uccidere anche lei. Dissi che era una pazzia, ma lui sorrise maliziosamente e mi raccontò il resto. Aveva ucciso lui Cinzia la notte stessa, quando era andato a casa sua, poi aveva telefonato alla Polizia che mi aveva fermato vicino casa sua.

Gridai che nessuno poteva provare niente, ma fu Loretta questa volta a sorridere e tirarmi un’altra coltellata alle spalle. I poliziotti che erano stati lì quella notte avevano trovato l’arma dei due delitti e potevo scommetterci che su quella pistola avrebbero scoperto solo le mie impronte digitali.

Ero in trappola.

Mi buttai su una poltrona e chiesi con disperazione a mia moglie perché aveva fatto tutto quello. La sua risposta fu terribile. “Perché sei un invertebrato, anche questa volta l’hai dimostrato!” Rideva, mentre Dario da dietro l’abbracciava, le stuzzicava i capezzoli e le mordicchiava il lobo di un orecchio. “…e non hai esitato ad uccidere… Guido…”

Loretta rise ancora più forte. “Il tuo caro, migliore amico della tua vita di merda!” Non capivo dove volesse arrivare, ma le amarezze non erano sicuramente finite.

Loretta mi raccontò allora che Guido era stato il suo amante per anni e quando incominciarono a pensare che io sospettassi di loro, mi fece conoscere Cinzia, giusto per tenermi lontano da casa mia. Qualche mese più tardi a casa di Guido aveva incontrato Dario, suo socio d’affari. Tra i due era stato subito amore, ma lei doveva liberarsi del marito e dell’altro amante. Respinse così Guido che era ormai impazzito per lei e decise di usare la tresca con Cinzia come scusa per ottenere un divorzio poco costoso. Guido, che aveva saputo tutto, dopo un’ultima scenata, aveva minacciato di raccontarmi la verità per vendicarsi e quella notte era venuto apposta a casa di Cinzia, ma Dario l’aveva fermato prima, uccidendolo.

Uscii dalla stanza, sentivo ancora ridere e mugolare, ma a quel punto non mi faceva più nessuno effetto.

Dovevo vomitare, corsi nel bagno. Quando mi calmai, mi guardai nello specchio. Quell’uomo non potevo essere io.

Con rabbia sferrai un pugno sullo specchio che andò in mille pezzi.

Guardai quei cocci e tutti e mille mi riflettevano, ma io non ero nessuno di quegli uomini.

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