Dance Little Sister

Dance little sister – TERENCE TRENT D’ARBY

Patrizia, o meglio, “la donna della mia vita”, come da un certo momento in poi avevo incominciato a chiamarla.

Lo dicevo però fra me e me, perché a lei non ho mai parlato.

Sì, è proprio così, ho amato, se si può chiamare amore, ero innamorato, infatuato di una ragazza che vedevo, ma con cui non riuscivo a comunicare.

Perché? Non lo so.

Frequentavo come lei l’Extra, locale che non mi piaceva, come non piaceva agli altri, ma ci andavo, come ci andavano gli altri, altrimenti-dove-cazzo-andavi-da-solo-il-fine-settimana e le serate si facevano via via sempre più noiose. Gente che andava là per vedere altra gente. Gente che sfilava, cinguettava o mostrava i muscoli, ammiccando una potenza sessuale che forse non esisteva.

Ecco allora i miei amici (amici? forse solo conoscenti) che andavano all’Extra per vedere quella o quell’altra che poi non li avrebbe cagati, però loro vedevano che aveva sorriso, che l’espressione era cambiata, che aveva detto no, ma voleva dire sì. Non vedevano quanto erano vuote e stronze e quanto loro erano fessi.

Le amiche non erano da meno. Si lamentavano, urlavano, per superare lo strepitio del locale, che noi pensavamo solo a quello, che non eravamo maturi, che a loro non fregava nulla della bellezza e che erano interessate solo alla bellezza interiore. Sul più bello ti piantavano lì perché avevano visto il loro tipo da rincorrere. Regolarmente muscoloso, abbronzato e gran dispensatore di sorrisi. Ci cascavano poi regolarmente, si facevano chiavare, venivano scaricate e la volta dopo venivano a lamentarsi urlando nello strepitio del locale che noi pensavamo solo a quello, che non eravamo maturi, che a loro non fregava nulla della bellezza e che erano interessate solo alla bellezza interiore.

Intanto la noia aumentava ed il dee-jay metteva su sempre la stessa musica. Dovevo fare qualcosa di diverso, qualcosa di strano, qualcosa di nuovo. Decisi di innamorarmi e ci riuscii. Una sera notai al bar dell’Extra questa ragazza con un bel corpo e belle gambe, mi incuriosì e mi avvicinai, lei si girò per scrutare il locale, ci trovammo quasi faccia a faccia. Da quel momento, quegli occhi illuminarono spesso il buio dei miei pensieri.

Non si trattava di un colpo di fulmine, ma la voglia di provare un sentimento vero, di bruciare per una passione non artefatta, di vivere insomma e non far finta di farlo. Patrizia, di cui allora ignoravo il nome, mi appariva come la persona giusta con cui lanciarmi in quello strano e morboso desiderio. Dico morboso perché da subito iniziò una caccia spietata: continui tentativi di raccogliere interesse, di incrociarne gli sguardi, di carpire informazioni.

Fu la solita amica che-sa-tutto-di-tutte (la stessa che si chiede per tutta la vita perché tutti la considerino una testa di cazzo) ad informarmi sul nome, condendolo con i soliti epiteti: una ragazza strana, leggera e scema, una puttanella insomma. Non la ascoltai neppure, pensavo solo al modo per conoscerla. Cercavo di seguirla, ma senza dare nell’occhio, cercavo di incontrarla per caso in bagno, cercavo di sfiorarla nella pista da ballo dove lei danzava per ore intere. I tentativi però furono vani seppur numerosi. Dopo un po’ di tempo la mia passione, nella compagnia di amici (amici? ho detto solo conoscenti) diventò una barzelletta. Eppure non era difficile da capire: il desiderio di comunicare mi annichiliva, non volevo fallire, ero terrorizzato dall’idea di una risposta negativa. Loro non capivano e ridevano, non sapevano cosa fosse il desiderio, ridevano e basta.

Una sera eravamo tutti alcolicamente carichi ed uno dei più stupidi dei conoscenti disse che se non ci avessi provato subito, ci sarebbe andato lui da Patrizia. Era immaginabile i danni che avrebbe provocato, anche perché non volevo essere confuso con certi idioti, così mi mossi, letteralmente terrorizzato. Era nei pressi del bar, partii deciso, la incrociai, mi parai davanti e la bloccai, lei mi guardò leggermente sorpresa, ma non infastidita. Le chiesi se si chiamasse Patrizia, naturalmente rispose di sì, poi non dissi più nulla e me ne andai, senza neanche guardarla. Gli altri al bar, si sbellicavano dal ridere, mentre io mi sentivo una merda d’uomo.

Accadde però che incontrai una ragazza di nome Sara e mi misi insieme a lei. Veniva da un lungo fidanzamento con un tipo un bel po’ complesso ed aveva sofferto molto. Stavamo bene insieme, anche se non tutto funzionava, dimenticai comunque Patrizia. La rividi ovviamente, ma la nuova storia mi assorbiva completamente.

Una sera al bar dell’Extra sedette vicino a me e sono ancora convinto che lo avesse fatto apposta, avevo notato infatti uno strano atteggiamento: da quando non le stavo più addosso, sembrava quasi che fosse lei a cercarmi. Forse era solo suggestione. Rimase al mio fianco per un bel po’ a fumare, poi se ne andò. Non la vidi per un bel pezzo.

La mia storia con Sara andò avanti quasi un anno. L’inverno dopo ci trovavamo sempre nel nostro locale preferito e Sara disse che dovevamo andare fuori a parlare. Pensavo scherzasse invece senza tanti problemi mi raccontò che il suo ex era tornato da lei “con il cuore in mano” e le aveva chiesto di rimettersi con lui. Lei non gli aveva detto di sì, ma era confusa ed aveva bisogno di pensare. Pensare a cosa? Era ovvio cosa avesse già deciso di fare. Tornai all’interno del locale moralmente a pezzi, anche se, per fortuna, non mi aveva chiesto di restare amici (amici? già sempre quelli). Iniziai a bere anche se non avevo intenzione di ubriacarmi, mi buttai su una poltroncina ed iniziai a pensare alle mie sfighe. Ad un certo punto alzai lo sguardo e davanti a me su un altro divanetto, vidi Patrizia.

Non era certo una visione ed ero così scazzato che la guardai intensamente, quasi la volessi scopare con gli occhi. Impensabilmente feci colpo, lei mi sorrise e mi mandò un bacio. Mi mossi subito verso di lei, ma proprio in quel momento arrivarono una decina di persone tra suoi amici ed amiche, che la assalirono e la trascinarono in pista. Ero incazzato nero, ma non sconfitto. Decisi che l’avrei attesa fuori. Mi piazzai lungo il vialetto che portava al locale. Pioveva a dirotto, così mi riparai vicino ad un’uscita di sicurezza ed aspettai rannicchiato, mentre fumavo una sigaretta dietro l’altra. Quando la vidi comparire saltai fuori, lei sorrideva, mi si aprì il cuore. Dall’interno si udì una voce maschile. Patrizia si fermò ed attese, non capivo.

Arrivò un ragazzo e lei gli corse incontro, si abbracciarono poi si baciarono a lungo. Mi passarono davanti ridendo, lei mi vide e mi salutò.

Camminai per circa un’ora sotto la pioggia, poi tornai a casa.

Sette anni dopo, avevo completamente cambiato giro di amicizie e l’Extra era stato chiuso, superato ormai da altre discoteche più alla moda. Quella sera d’estate mi trovavo proprio in uno di quei nuovi locali e stavo guardando la gente in pista che ballava, qualcuno mi toccò leggermente, mi voltai e me la ritrovai di fronte, come la prima volta che l’avevo vista.

Mi chiese se avevo da accendere, le dissi di no.

Nel frattempo avevo anche smesso di fumare.

Continuai a guardare la gente che ballava.

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