Bitter Truth

Bitter truth – MARIANNE FAITHFULL

“Cazzo che pioggia!” ripetevo in continuazione fra me e me. Scrutavo nel buio della prima serata, che era già notte fonda, con quel tempo maledetto. Ricordo sempre un mio amico che diceva sempre: “Se rinasco, faccio il meteorologo; quindici minuti di lavoro in tv al giorno, un pubblico di dieci milioni di persone ogni sera, uno stipendio d’oro, ma soprattutto posso dire quello voglio, tanto se mi sbaglio, poi domani racconto che c’è stata questa variazione, quella perturbazione….” Non credo sia così semplice, ma la sera prima, proprio uno di loro, un meteorologo, all’ora di cena, aveva parlato di rare e sporadiche piogge…ed eccolo qua: il Diluvio Universale!

Avevo vagato in autostrada per un bel po’, avevo visitato quattro clienti in seicento chilometri, ricavandoci poco; il capo al telefono non era molto contento e questo non giocava a mio favore. Durante la settimana gli avevo parlato, chiedendogli un telefono cellulare, come quello che invece aveva regalato a quella mezza sega di Silvio, il mio collega dell’ufficio commerciale, uno come me a volume d’affari, ma più bravo nel vendere sé stesso. Ora me lo vedo il Capo, con quella sottospecie di sorriso che non è mai un sorriso, sibilare “…quattro clienti niente…e vuole il cellulare…” e la mezza sega lì vicino a ghignare pure lui, senza dire nulla, almeno spero. Intanto, in mancanza del cellulare, son dovuto scendere dall’auto tre volte per entrare nelle cabine durante il diluvio ed annegarmi. Una volta per il capo, un’altra volta per la mezza sega, entrambi cordialissimi e pronti ad incoraggiare e l’ultima a mia moglie che alla notizia del forte temporale non ha detto nulla, ma lei non dice mai nulla, a volte anche quando scopiamo. Mio figlio invece non ha voluto parlare con me, stava per realizzare un nuovo record nel “Doom” ed era troppo preso, poi mia moglie non ha insistito più di tanto. Intanto le strade erano sempre meno frequentate, la gente aveva optato per starsene all’asciutto, io ero stanco, così al primo cartello che indicava un paese svoltai.

E’ strano come a volte una semplice scelta si possa trasformare in un momento chiave della nostra vita.

Il paesetto non era molto allegro, ma in quel momento anche Las Vegas mi sarebbe sembrata un cimitero. Era il mio umore ad essere del colore della pece. Trovai un albergo, non un granché, ma decoroso. Decisi di passare lì la notte poi, alle prime ore del mattino dopo, sarei ripartito. Anche il portiere dell’albergo mi apparve lugubre, ma è un impressione che mi facevano molte persone in quel periodo. Richiamai casa: mia moglie aveva la stessa inespressiva voglia di sentirmi, solo con un po’ più di eccitazione, perché stava iniziando la sua soap-opera preferita ed aveva fretta. Mio figlio si negò anche questa volta. Il suo telefilm di arti marziali spaziali era invece già a buon punto. Devo provare a telefonare durante gli spot pubblicitari, probabilmente servono per quello.

Cenai sempre in albergo, mentre fuori continuava il diluvio. C’era un mortorio totale dentro quel posto, pochi avventori e quasi tutti operai di qualche cantiere. All’improvviso comparve però una bellissima ragazza che ovviamente attirò l’attenzione di tutti. Consegnò la chiave della camera al portiere che aveva un metro di lingua fuori e non degnò di uno sguardo nessuno dei commensali. Stranamente però si girò verso di me ed abbozzò un mezzo sorriso, la seguii con lo sguardo e notai che un uomo vestito di scuro l’aspettava all’uscita. Tornai ad occuparmi di quella che mi avevano detto essere una cena, ma che riusciva addirittura a far rimpiangere i terrificanti intrugli di mia moglie.

Non era il posto ideale per una storia quello, anzi a guardarlo bene non era il posto ideale per nulla e poi io non sono mai stato il tipo, non che non mi siano capitate le occasioni, ma sono proprio io che, quando mi avvicino ad una donna, mi ritrovo sempre davanti agli occhi la faccia di mia moglie, oppure mi sembra di udire da qualche parte la voce di mio figlio. Silvio invece non aveva nessun problema, lui sì che con le donne ci sapeva fare, nonostante fosse fisicamente una mezza pippa. Non tornava mai da un viaggio senza che si fosse fatto una storia con una cliente, una hostess o una cameriera ed erano tutte regolarmente dei gran pezzi di figa. Io ho sempre avuto qualche dubbio, mentre il capo ascoltava beato quei racconti del mezzo Casanova e rideva di gusto, bevendosi tutto.

Andai in camera per cercare di addormentare me ed i miei tristi pensieri, ma presto iniziai a sentirmi strano. Mi ero steso sul letto con la televisione accesa, dove non c’era nulla di interessante: la solita soap-opera di mia moglie ed il telefilm di fantaarti marziali di mio figlio. L’immagine dei miei congiunti regalò ancor più grigiore a quella squallida stanza, così provai l’irrefrenabile impulso di dover uscire, nonostante il diluvio continuasse là fuori. Scesi ed all’ingresso chiesi al portiere se conosceva qualche posto vicino dove ci si potesse distrarre un po’. Io lo dissi nella maniera più distaccata possibile, ma lui, alla parola “distrazione” tornò ad avere quell’espressione da porco che gli avevo visto poco prima quando era passata la ragazza. Subito mi fece dei nomi femminili, con tanto di tariffe ed elenco di prestazioni, condito dai soliti “come lo fai lei, non lo fa nessuna”. Cercai di frenarlo, ma ci riuscii solo dopo vari tentativi e quando con voce ferma gli dissi “voglio solo bere qualcosa e rilassarmi” parve un bel po’ deluso e fece sbrigativamente il nome di un locale che doveva essere poco distante.

Fuori infuriava un’autentica tempesta ed in auto non riuscivo a fare più di trenta metri ogni due minuti, fortunatamente dovetti girare poco e non ci misi molto a trovare l’insegna del locale. Parcheggiai quasi davanti al portone d’ingresso e mi fiondai dentro; pensavo, chissà perché, fosse un american bar od un pub. Era un night-club invece e di quelli tosti, con tanto di velluti e finto sfarzo ovunque, nonché grandi foto pubblicitarie dei loro straordinari nude-shows, direttamente da chissà quale posto, all’entrata.

Mi sentii in imbarazzo, ma ormai non potevo certo tornare indietro e feci buon viso a cattivo gioco. Io faccio parte di una generazione strana, non conosco il significato del vero divertimento; ero troppo giovane quando erano ancora di moda i night-club e subito dopo son diventato troppo vecchio per le discoteche. Non mi restava che mettere su una bella famiglia, con una moglie ed un figlio teledipendenti.

Il cameriere venne subito da me e quasi esclamai “champagne per tutti”, o una di quelle stronzate che ogni tanto va di gridare, ma mi trattenni. Non tardò molto ad arrivare anche dolce compagnia, nelle vesti di una graziosa orientale, ma rifiutai con garbo. La ragazza con altrettanto tatto mi chiese se eventualmente non fosse di mio gradimento, perché in quel caso aveva molte amiche carine e simpatiche e ne avrei trovato sicuramente qualcuna di mio gusto. La ringraziai, ma dissi che ero solo di passaggio ed ero molto stanco. Proprio in quel momento ricomparve la ragazza che avevo visto a cena che rideva, falsamente divertita, con un vecchio. Quando passò mi salutò ed io restai ammutolito a guardarla allontanarsi. La ragazza orientale che aveva assistito alla scena, sorrise e commentò “Allora qualche mia amica che ti piace c’è…” Sorrisi anch’io, come un cretino, ma lì non era difficile fare la figura del cretino. Come mi aspettavo la ragazza dell’albergo dopo pochi minuti mi raggiunse al mio divanetto. “Non sei di queste parti”, osservò argutamente. Anche in quell’occasione mi venne in mente una stronzata tipo: “Sono venuto qua apposta per vederti”, ma stetti nuovamente zitto. Forse avrei avuto delle chances con le donne, almeno quante Silvio credo, ma ormai ero un vulcano tappato. Tutti quegli anni con mia moglie, che non usciva di casa neanche per un terremoto; tutti quegli anni a cercare di farsi una posizione, vedendo poi gli altri arricchirsi o migliorare la propria posizione sociale al posto mio; quegli anni erano stati acqua gelida su qualsiasi fuoco sacro della passione.

La ragazza mi chiese “A cosa stai pensando?” risposi istintivamente. “A mia moglie”. Divenne ombrosa. “Che strani pensieri per un posto come questo” Era straniera, ma parlava correttamente. “La devi amare molto, allora”. Non capivo se era una romantica o mi prendeva per il culo. “Come ti chiami?” Diventò distratta, forse aveva realizzato che non sarei stato un buon cliente. “Mi chiamo Olga, sono russa ed ho ventiquattro anni. Vado bene, o è sempre meglio tua moglie?”. Mi venne da ridere: la prima donna che era gelosa per me, era una puttana, o meglio, entraîneuse, ma si trattava più o meno della stessa cosa. “Non scherziamo” le dissi, come se dovessi rassicurarla, “tu sei molto meglio di mia moglie. I miei infatti, erano pensieri tristi”. Lei tornò a sorridere; ancora non riuscivo a realizzare se le piacevo veramente, oppure se era tornata ad accarezzare idealmente il mio portafoglio. Cascava male, non perché ero furbo, ma perché ero pieno solo di debiti. Ci mettemmo a parlare del più e del meno come se aspettassimo l’autobus e scoprimmo, con chiara sorpresa da parte di entrambi, un’intesa ed una simpatia rara a trovarsi anche fra persone che si conoscono da tempo. Lei si dimenticò che ero un cliente, io dimenticai che lei era un’accompagnatrice speciale e, dopo un po’ non ci sembrò neanche di stare in uno squallido locale di strip-tease.

Non se lo erano però dimenticati gli altri avventori, infatti mezz’ora più tardi arrivò un tizio sui cinquanta, abbronzato, arrogante ed unto. Senza nessun rispetto per la mia presenza si sedette a fianco ad Olga e le disse due o tre maialate, poi mi chiamò in causa: “Gran bella figa, vero?”. Lo guardai come si potrebbe guardare un becchino il giorno di Natale e lui divenne ancor più insopportabile “Stavate combinando qualcosa? Vi ho interrotto? Mi dispiace, ma tanto qua si sa…” rise grossolanamente, la testa di cazzo. “Oggi una botta tu, domani una botta io…”. Baciò sulla guancia Olga, che si ritrasse disgustata e se ne andò. Ci guardammo in silenzio per qualche minuto, poi dai suoi occhi spuntò una lacrima. L’abbracciai, come potrebbe fare un padre con la figlia. “Non fare così,” le dissi “non ne vale la pena”. Lei recuperò a forza il suo sorriso, poi commentò “E’ uno strano periodo questo, non giudicarmi male”. La guardai con intensità: “Io non giudico mai nessuno, la mia vita non me lo permette”. Tornammo a parlare, soprattutto lei, dei nostri problemi. Mi raccontò che era andata via dal suo paese cinque anni prima e che non si era trovata male lì; a tante altre ragazze come lei era andata peggio. Io le parlai brevemente di mia moglie e mio figlio, ma non ne avevo tanta voglia a dire il vero. Ormai eravamo diventati intimi, quando arrivò un altro tizio. Olga questa volta apparve impaurita. Era un uomo robusto, sui quaranta, vestito di scuro, probabilmente il tipo che l’aspettava fuori dall’albergo. Era sveglio e deciso, un gran figlio di puttana solo a vederlo. “Senti amico, se sei venuto in questo posto per fare amicizia, vai a farti un giro da un’altra parte, ok?” Io non sapevo che dirgli ed a dire il vero, faceva paura anche a me. Non capivo poi se era il marito, l’amante o il protettore, anche se avevo la vaga sensazione che si trattasse proprio di un pappa, ma ci pensò lui a mostrarmi il suo curriculum. “Vedi capo, questa ragazza per me vuol dire soldi ed ogni momento che perde con te, mi fa perdere clienti, chiaro?” Pensai di rassicurarlo e poi non avevo voglia di mollare Olga a quel punto. “Ma posso pagare anch’io, perché ti preoccupi?” A quelle parole, divenne più amichevole. “Ho capito amico, ma vedi c’è un problema: tu sei qui di passaggio e quelli là sono clienti abituali. Perché dovrei giocarmeli?” Restai senza parole, quello era un vero affarista, altro che Silvio. Divenne improvvisamente sibillino. “Escluso che tu non voglia pagare per tutta la notte, allora non ci sarebbe problema. Avresti l’esclusiva…” Sorrise, probabilmente si sentiva come i maiali quando possono rotolarsi nella melma. “E quanto sarebbe?” Si avvicinò e me lo sussurrò in un orecchio. Mi venne un colpo, per realizzare una cifra del genere dovevo farmi clienti fino in Cina. Lui sapeva che non potevo farcela, mi aveva studiato, valutato. Sapeva quanto potevo valere, quanto potevo spendere. Avrei dovuto prendere lezioni di marketing da lui. Fece un cenno con la testa ad Olga che scattò in piedi e si diresse verso la parte opposta del locale. Là era attesa dallo stronzo di prima. Il pappa mi dette la mano. “E’ stato un piacere” disse e se ne andò altrettanto velocemente.

Mi sentivo un verme, una merda. Pensavo ad Olga ed alle nostre vite parallele. Tutti e due condannati a fare cose che non volevamo con persone che non desideravamo. In compagnia di questi pensieri tornai mestamente alla mia camera d’albergo. Provai ad addormentarmi, ma ovviamente fu impossibile. Un sapore amaro risaliva dal mio stomaco, per poi conquistare il palato: era il sapore della sconfitta.

Molte ore più tardi sentii bussare alla porta, sul momento non riuscii a capire se avevo sognato, mi sembrava di non aver mai preso sonno. Udii altri colpi, il mio cuore iniziò a battere all’impazzata, corsi verso la porta e la spalancai di slancio. Il sorriso di Olga, triste ma colmo di dolcezza, rischiarò il buio di quelle ultime ore. Entrò senza dire una parola e si sdraiò sul letto. “Vita di merda”, disse sospirando. Scelsi di non commentare, anche perché sarebbe stata una ripetizione. Le accarezzai il viso ed i capelli, lei chiuse gli occhi e finalmente si rilassò. “Potremmo scappare”, dissi io senza pensarci su tanto. “In che senso?” chiese mentre continuava a farsi accarezzare. A quel punto non sapevo come proseguire ed improvvisai. “Beh… tu vuoi sfuggire da questo mondo, da quegli stronzi… e per me è la stessa cosa: mia moglie, mio figlio, mia suocera il mio lavoro. Ce ne andiamo, punto e basta”. Olga sospirò ancora “…e dove? Con che cosa campiamo, con i sogni?” Era più concreta di quel che pensavo. “No, ma io non dico di scappare da questo mondo, è impossibile. Non voglio andare in Africa, in Sud America o in chissà quale posto. Voglio andare solo in un’altra città e rimettermi a fare un altro lavoro, costruire una nuova famiglia. Evitando così gli errori fatti prima”. Olga si sollevò e mi guardò con severità “Con me?” chiese stupefatta. Io non ero capace di guardarla negli occhi. “Certo, l’ho capito stasera, ci sono molte più cose che mi legano a te, che a mia moglie”. Scosse la testa ridendo. “Tu vorresti scappare con me e farmi diventare… tua moglie?” Pensai che forse avevo esagerato; va bene una dichiarazione d’amore, ma una proposta di matrimonio è più impegnativa. “…ma è bellissimo!” esclamò e mi saltò addosso. I suoi baci erano realmente appassionati, nulla a che fare con i timbretti scolastici di mia moglie (anche quando eravamo fidanzati) e presto fui risucchiato in un caldo vortice di tenerezza. “Vuoi fare l’amore?” mi chiese con la stessa dolcezza. Io ero leggermente imbarazzato ed Olga se ne accorse. “Non ti preoccupare, con quello là non ho fatto nulla. Ero con un’altra donna e ci strusciavamo…a lui piace guardare. Che cretino!” Rise come una sciocchina, ma a me piacque moltissimo. “Non era per questo e che non vorrei… approfittare… non vorrei essere frainteso. Adesso facciamo l’amore, poi come se niente fosse, sparisco senza dir nulla…” Sorrise ancora, forse le era già capitato molte volte. “Non ti preoccupare” disse “Dovrai sapere se a letto sono una buona moglie, no?”.

Fu una notte stupenda, o meglio una mattina stupenda, visto che era già l’alba. Mi addormentai sentendomi veramente bene, era da tanto che non mi accadeva, forse da quando ero ragazzo. Capii che potevo tornare ad essere un uomo nuovo, che poteva nascere una nuova persona.

Quando mi svegliai era quasi mezzogiorno, Olga dormiva alla grande, così decisi di non disturbarla, anche per lei era stata una notte pesante. Mi rivestii e scesi a mangiare qualcosa, pensai che avrei potuto portarle la colazione a letto, caso mai con una rosa, sarebbe stato un bel gesto. Non credo che le fosse capitato molte volte in vita sua. Mentre ero seduto al tavolo, venne un cameriere e disse che mi volevano al telefono. La cosa mi suonò in maniera sinistra. Era mia moglie. Diventai subito di pessimo umore, ma quello che mi disse peggiorò ancora la situazione. “Il bambino è all’ospedale. Mentre stava attraversando la strada per andare a scuola, l’hanno investito. Non è grave, ma si è rotto…” Quelle parole mi gelarono il sangue. “Vengo subito!” gridai riagganciando. Risalii nella mia stanza di corsa, Olga dormiva ancora. Preparai il bagaglio tanto velocemente che dopo due minuti ero già pronto per partire. Ricordo che guardai Olga, immersa nel suo placido sonno e pensai: “Non si sfugge al proprio destino”. Meditai anche di lasciarle dei soldi, giusto perché non credesse che l’avevo completamente sfruttata. Mi accorsi però che mi erano restati pochi spiccioli e volevo comprare qualcosa da portare in ospedale a mio figlio, così non le lasciai nulla, a parte il ricordo di una persona che, forse, non ero io.

Lungo la strada pensai molto a mia moglie ed a mio figlio e dopo quello spavento, li vedevo sotto una luce diversa. Non avevo una brutta famiglia, io. A pensarci bene, neanche il mio lavoro era male e poi adesso avevo anch’io qualcosa di piccante da raccontare.

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