Never Understand

Never understand – JESUS AND MARY CHAIN

Michela non sapeva perché le era venuta voglia di sposarsi. Era giovane, aveva un suo lavoro, varie amiche ancora libere, un ragazzo che non la stressava più di tanto. In pratica, poteva ancora aspettare.

All’improvviso però, si sentì svuotata. Una sua collega, più anziana di qualche anno, appena rientrata dal viaggio di nozze, si era messa a magnificare il suo matrimonio. La sua era stata una cerimonia contemporaneamente sfarzosa e toccante, la gente era commossa ed elegante, la chiesa la più bella della città.

Udendo queste parole capì che in vita sua non aveva realizzato nulla di concreto. Nulla per cui gli altri potessero prenderla ad esempio.

Anche una sua seconda cugina stava per prender la via dell’altare. Lei e sua madre erano andate a trovarla e la neo-Luciamondella aveva mostrato loro tutti i regali, le belle tovaglie, le belle ceramiche, i luccicanti elettrodomestici nuovi di zecca e parlò dell’appartamento che l’avrebbe accolta dopo pochi giorni come di una reggia. Michela fu presa da una crisi di sconforto e pianse tutta la notte, ma le servì, perché il mattino seguente aveva le idee chiarissime.

Per prima cosa affrontò il suo ragazzo con decisione. “Sono tre anni che stiamo insieme”, disse lei. “E’ ora di fare le cose sul serio, o lasciar perdere”. Lui, che non era un tipo granché sveglio, si grattò la testa. “Vorresti dire che mi vuoi lasciare?” A lei caddero le braccia, ma non s’arrese. Partì subito a razzo, parlando di matrimonio, di casa, del fatto che alla sua età voleva diventare una “signora” e non restare per anni una fidanzata. Il giovane era perplesso, lui a tutte quelle cose non aveva mai pensato. Credeva che le cose importanti fossero le auto sportive, la partita della domenica, il venerdì sera passato in discoteca con gli amici, a dire cazzate ed a bere gin-tonic. Lei tentò tutte le strade, quindi si mise a piangere. “Riportami a casa”, disse bruscamente, sperando di smuovere il suo boy-friend, lui l’accontentò senza dire una parola. Fallito l’attacco al suo Principe Azzurro cercò conforto fra le braccia materne. La donna era felicissima per l’idea avuta dalla figlia. Il suo ex-marito, che l’aveva piantata in asso una decina d’anni prima, era ateo e non ne aveva voluto sapere di sposarsi in chiesa, così il suo sogno nel tempo si era ingigantito ed era stato trasmesso alla figlia. Lei vagheggiò subito di abiti sontuosi, di altari coperti di fiori e banchetti luculliani e la giovane, ascoltando la madre, non poteva fare a meno di aspirare a tanta grandezza.

Studiando tanti matrimoni felici od infelici, ascoltando varie testimonianze, come se si trattasse di una serissima indagine di costume, nonché seguendo quotidianamente trasmissioni televisive dedicate al lieto evento, aveva scoperto che tutte le donne avevano gabbato i propri compagni agendo sul punto debole che ogni uomo si ritrova ad avere. Una delle trappole principali era naturalmente il sesso, ma non era il suo caso, perché loro non erano molto focosi; a dire il vero, lei lo sarebbe anche stata, ma lui era sempre molto stanco o impegnato. Tentare con l’arte culinaria poteva essere una gran mossa, ma da poco il ragazzo, dopo anni di nutrimento schifoso ed esaurimenti nervosi si era dovuto mettere a dieta, per cercare di curare il proprio stomaco. Michela allora doveva cercare qualcosa che lo stimolasse verso il gran passo, ma nonostante ci pensasse di continuo e facesse una marea di domande alle sue amiche, non trovava una risposta adeguata.

Una sera arrivò da sola, inaspettatamente. Fu proprio il ragazzo, davanti all’ennesimo tentativo della sua amata di convincerlo, a sbottare. “Ma perché non la smetti di rompermi le palle con questa lagna? Prima devo comprarmi la moto e poi si vedrà…” Michela, inizialmente sconfortata, si mise a piangere e disse : “Riportami a casa!”, ma lungo il tragitto le si accese una luce improvvisa ed accecante nella mente. Prima di scendere dall’auto aveva già la situazione chiara e chiese al suo ragazzo. “Allora se te la compro io la moto, mi sposi?”

Il giovane, come sua abitudine, non capì subito e sulla sua faccia comparve il solito sorrisino ebete, pensando ad uno scherzo, ma poi si mise a giocare la sua partita. “Sì però voglio il nuovo modello importato dal Giappone!” Michela iniziò a sperare e si spinse ancora più avanti. “Allora se io ti regalo quella cazzo di moto, mi sposi subito?” Il ragazzo apparve risentito. “Non è una cazzo di moto, è una moto stupenda! Comunque se domani mi porti la moto, dopodomani possiamo andare in chiesa!” e seguì, come da copione, il sorrisino da idiota. Michela stava per esplodere dalla felicità, saltò addosso al suo boy-friend, lo abbracciò, gridando: “Oh caro, ti amo!”.

A sua madre però rivelò i suoi dubbi “A volte ho la sensazione”, disse, “che lui non mi sposi per vero amore. Penso che un giorno potrei non essere felice”. Sentendo questa parole la donna andò su tutte le furie, la sua mente era già concentrata ad organizzare l’agognata sontuosa cerimonia. “Che sciocchezze racconti! Tu prima devi pensare a sposarti, poi eventualmente ad essere felice”. La ragazza era ancora perplessa, così la madre con aria quasi furtiva le sussurrò: “Innamorata non lo saresti per tutta la vita in ogni caso, ma una “signora” lo sarai per sempre!” Michela sentendo quella parola, “signora”, pronunciata con così tanta forza, parve scrollarsi di dosso il torpore della malinconia e tornò a sorridere.

Si lanciò così all’estenuante ricerca di un appartamento, a lei alcuni sarebbero piaciuti anche subito, ma per sua madre era sempre tutto “troppo poco”. Uno era troppo poco lussuoso, un altro era troppo poco grande, un altro ancora era troppo poco luminoso. Quelli delle agenzie non ne potevano più. Dopo un paio di mesi finalmente riuscirono a trovarle un alloggio adeguato. Era più o meno come tutti gli altri, anche se c’erano molti balconi dove mettere le piante, la sua passione, ma soprattutto c’era una stanza in più dove lei avrebbe potuto soggiornare a suo piacimento, idea di cui neanche sua figlia era a conoscenza. Subito dopo arrivava il punto più difficile, l’incontro con i genitori del ragazzo. La madre di Michela fu particolarmente mielosa e paracula, ma gli altri, vista la poca convinzione del giovane, non si mostrarono entusiasti. Improvvisamente l’uomo chiese al figlio: “Ma tu sei proprio deciso a sposarti?” seguì un silenzio decisamente imbarazzante. Sul viso di Michela comparve una lacrimuccia e per evitare di erompere in un pianto dirotto, corse nella sua stanza. Il suo promesso sposo la raggiunse dopo più di mezzora e dopo anche molte insistenze delle due madri. Quando si presentò sulla porta lei lo aggredì. “Sei crudele”, gridò. “Prima mi illudi, poi mi prendi in giro. Sei uno stronzo!” Il ragazzo non disse nulla, come al solito attendeva che lei si sfogasse e che dopo poco tutto tornasse normale. “Te la puoi scordare la moto!” ringhiò Michela. Questa frase ebbe il potere di scuotere il giovane che, preoccupato, cercò di rincuorare la sua amata. “Su non fare così…” e visto che lei continuava a piangere aggiunse: “Aspettiamo un altro po’, divertiamoci ancora e poi…” non riuscì a terminare la frase, perché lei lo fulminò con lo sguardo. “No, cretino! Quando dovrei sposarmi, a cinquant’anni? Tu pensi solo a te perché non mi ami”. Il ragazzo era rimasto senza parole, oltre che senza moto, anche perché non ne aveva mai avute tante. Michela risolse l’impasse puntando al sodo. “O mi sposi e ti porti a casa me e la tua benedetta moto, oppure vatti a sparare e non farti più vedere”. Davanti ad una simile scelta di vita, non ebbe dubbio alcuno e corse a baciare ed abbracciare il suo grande amore. Un quarto d’ora dopo erano di nuovo tutti in salotto a discutere sui dettagli del matrimonio. A dire il vero il padre del ragazzo era ancora poco convinto, ma non espresse il suo pensiero.

La prima cosa da decidere era la data, un autentico dilemma. Il giorno fatidico doveva essere caldo, ma non troppo caldo, così maggio sembrava il mese giusto, mancava ancora abbastanza tempo, ma per chi vuole fare le cose in grande, il tempo non è mai abbastanza. Fu subito scelta la chiesa più bella e più antica della città e dal giorno successivo partirono le grandi manovre. Architetti, artigiani, fioristi, artisti e decine di altre persone furono interpellate, interessate, coinvolte e soprattutto pagate, affinché tutto andasse per il verso giusto. Michela e sua madre correvano da una parte all’altra della città, mentre il futuro sposo, non faceva altro che scorrazzare con la sua moto. Le tende, i pavimenti, gli ornamenti, tutto doveva andare per il verso giusto, tutto doveva essere perfetto, per quella data fatidica. Di intoppi ce n’erano in continuazione: una volta un imbianchino dava forfait, un’altra il colore di un pizzo non era come quello visto in fotografia e questo era fonte di discussioni infinite tra madre e figlia, di pianti dirotti, di urla. Il ragazzo, da parte sua, non faceva molto caso ai progressi delle due donne, lui pensava ai suoi amici, alle serate in discoteca con loro che, visto gli impegni di Michela, erano aumentate ed alla sua amatissima moto. Alla vigilia delle nozze i vari amici organizzarono feste di addio al celib-nubil/ato, con cene piene di ovvietà pietose, ben retribuite però dalle grasse risate, spesso un po’ gratuite, dei partecipanti e gran finale a base di sbronze e spogliarelli sia maschili che femminili.

Davanti alla chiesa il giorno dopo erano veramente in tanti, Michela e sua madre per far vedere che quello era un grande matrimonio avevano invitato praticamente tutte le persone che conoscevano, dai vicini di casa all’aiutante della parrucchiera. Il ricevimento infatti costava una follia e la madre della sposa aveva finito tutti i risparmi messi da parte in una vita intera ma, diceva lei, sua figlia doveva avere dalla vita quello che a lei era mancato. Michela da parte sua aveva obbligato le sue amiche a vestirsi molto elegantemente, affinché tutti pensassero che frequentava solo gente di alto livello sociale.

La chiesa poi era stata praticamente trasformata in una serra, per lo scoramento di quelli che, come lo sposo, soffrivano di allergia. Infatti la cerimonia fu certamente solenne, a parte i diecimila starnuti del povero ragazzo, ma a parte questo piccolo inconveniente, tutti sembrarono felici e commossi. Al rinfresco tra applausi, grida e canti, la festa si barcamenò in una grigia allegria ed ad un tratto Michela si sentì stranamente triste o forse tristemente strana.

Nonostante tutta la gente che aveva intorno si sentiva sola ed accentuò questa sua solitudine, ritirandosi in disparte, lontano dal rumore. Nella toilette si mise a piangere, davanti allo specchio, ma non era commozione e neanche stanchezza, non sapeva cos’era; forse solo voglia di piangere. Non pensò nemmeno che poteva entrare qualcuno e trovarla in quello stato, non pensava a nulla. Si sentiva sospesa nel vuoto, ora che si era anche liberata per un po’, dell’invadente presenza della madre e della sarta, sempre attorno a lei a chiederle “va tutto bene?” o a sistemarle lo splendido vestito firmato.

In effetti la porta si aprì, ma la persona che entrò era del tutto inattesa. “Maurizio!” esclamò sorpresa. Lui sorrise con fare ammaliante e la abbracciò. Maurizio era il suo primo ragazzo, il primo e forse unico, grande amore. “Che ci fai qui? Pensavo fossi in America…” chiese lei. Il ragazzo sorrise ancora. “Ci crederesti se ti dicessi che sono tornato apposta per te?” Michela arrossì, le parole di Maurizio avevano da sempre il potere di toccarla a fondo. Improvvisamente lui divenne serio. “Come hai fatto a sposare un idiota del genere?” Lei ovviamente non aveva risposta, lui si avvicinò e la baciò. “Ormai quel che fatto è fatto”, disse il ragazzo con tono grave, nei suoi occhi Michela vide spuntare una lacrima. Maurizio si allontanò di scatto. “Ora devo andare, sono qui solo di passaggio. Devo ripartire. Congratulazioni e… tanti auguri”. Si bloccò un secondo come se pensasse di aver dimenticato qualcosa, poi aprì la porta e sparì velocemente come era comparso.

Michela cercò di raggiungerlo, ma in quel momento entrò una banda casinara di amici e amiche che si misero ad abbracciarla ed a saltarle intorno, così credette di aver semplicemente sognato.

A notte fonda la festa era decisamente arrivata alla fine. I pochi rimasti erano cucinati a puntino e pieni di alcol che avevano scolato senza nessun ritegno; un paio di loro svociava sguaiatamente dietro al karaoke ed un altro paio li seguiva ridendo, trovandoli divertenti. La madre della sposa invece era ancora lì, a dire che meravigliosa cerimonia era stata quella. Michela non stava dritta dal sonno, il suo ex-ragazzo, ora marito, non si reggeva in piedi per le abbondanti libagioni ed il suo sorrisino beota di certe occasioni si era trasformato in una maschera di perenne idiozia.

Arrivati nella loro casa da sogno il giovane si buttò nel letto e cadde in un profondo sonno, prima ancora di spogliarsi. Michela si mise a girare per le stanze, ammirò tutti i lucenti servizi di porcellana ed argento avuti in regalo, si stupì della magnificenza degli elettrodomestici acquistati, accarezzò con voluttà i mobili antichi così caparbiamente ricercati dagli antiquari. Intanto nella camera da letto suo marito russava fragorosamente. Si diresse verso il bagno per struccarsi e prepararsi per la notte. Pensò che le sarebbe piaciuto forse più fare un bel viaggio che tutto quel casino inutile, ma ormai quel che era fatto era fatto, così come le aveva fatto notare Maurizio, ma quello era solo un sogno. Poi sua madre non lo avrebbe permesso, lei voleva una cerimonia di cui ne avesse parlato tutta la città e suo marito tra due settimane avrebbe dovuto fare un’escursione con i suoi amici, in moto. Non era possibile.

Si sedette sul water, chiuse gli occhi e inspirò profondamente.

Si guardò intorno e non riusciva a capire dove fosse, in quel momento sentiva di non avere amici su questo pianeta. Si alzò e afferrò le lamette da barba, ne prese una, richiuse gli occhi e incise con forza un polso. Stranamente non sentì alcun male e quando ripeté l’operazione per l’altro polso era più sollevata. Riaprì gli occhi: l’immacolato candore del suo vestito era stato violato da quel rosso scuro.

A lei fece una bella impressione, finalmente vedeva qualcosa di vivo. Nell’altra stanza sentì suo marito scoreggiare, rise. Per la prima volta in vita sua lo compativa. Si guardò in giro, mentre la sua debolezza aumentava, vide tutte le cose belle che aveva inseguito e bramato, tutte cose belle che ora possedeva.

Non si era mai sentita così povera.

Ora la droga arriva anche per posta
Scala: una gustosa stagione lirica