Pretty Vacant

L’appuntamento era alle sette meno un quarto.

Giulio sperava che nessuno degli altri scazzasse l’orario. In effetti era un po’ presto, ma se volevano passare quel giorno al mare, dopo averne parlato tanto, dovevano partire a quell’ora.

Da quando si era fatta estate, avevano trascorso tutte le giornate di festa nel solito bar e finalmente si erano decisi a fare qualcosa di diverso. Solo che in quel cazzo di paesino, il treno successivo sarebbe passato solo nel primo pomeriggio ed allora si sarebbero giocati tutta la giornata per il viaggio.

Del resto il treno era l’unico mezzo, i soli ad avere la patente erano lui, ma col cazzo che quello stronzo di suo padre gli dava la macchina, e Tico che però gliela avevano ritirata durante l’estate, perché una notte guidava strafatto.

Fu proprio Tico il primo ad arrivare, aveva l’occhio un po’ lessato, ma stava in piedi ed era già un bel risultato. La prima cosa che disse fu, come da copione: “Andiamo al bar”, dove sotto gli occhi disgustati di Giulio si sparò tre Stravecchi.

Anche Scanna fu puntuale, però era di cattivo umore, ma quando mai non lo era. In casa, per tutta la settimana tirava merda sul suo posto di lavoro e sui suoi colleghi; al bar si aggiungevano anche i suoi genitori, che non capivano un cazzo e sua sorella, che non faceva un cazzo dalla mattina alla sera. Quando uscivano tutti insieme poi, ci fosse mai stata una cosa che gli andava bene ed aveva trovato da dire anche su quella storia di passare una giornata al mare.

Gino invece era tranquillo, ma a lui non fregava mai un cazzo di niente. Mancava solo Orso e neanche quella era una novità, non era mai in orario e spesso si dimenticava degli appuntamenti. Si erano fatte le sette ed il treno passava alle sette ed un quarto. Giulio diventò presto nervoso, Scanna mandava dei gran colpi ad Orso, Tico fumava una sigaretta dietro l’altra, Gino se ne stava tranquillo e rideva. Giulio decise di telefonare. Gli rispose la madre di Orso. “Lo devo svegliare?” chiese la donna. “Perché sta dormendo…” Giulio si sentì male, cercò di convincere la madre ad andarlo a svegliare in fretta, il ragazzo arrivò dopo qualche minuto. “Ma chi cazzo è?” gridò con voce arrochita, Giulio lo insultò in mille maniere e terminò gridando: “Non dovevi essere in stazione alle sette meno un quarto?” Per Orso era ancora notte fonda. “In stazione? A far che?”, poi si ricordò. “Ah cazzo! Perché… è oggi?” L’amico proseguì con gli insulti e lo minacciò. “Se non sei qua entro due minuti noi ce ne andiamo senza te!”. Orso lo rassicurò. “Vedrai, arriverò in tempo”. Giulio riattaccò e raccontò la storia ad i suoi amici. “Non ce la farà mai, ma stavolta la prende nel culo: noi ce ne andiamo lo stesso”. Gino continuava a ridere. “E come? Hai voluto fare i biglietti in anticipo per evitare le file, ma i biglietti li ha Orso”. Giulio diventò viola. “Ma li avevo dati a te!” L’altro smise di sorridere e sbuffò “Sì, ma non sapevo dove metterli. Non avevo voglia di tenerli, così li ho dati a lui”.

Scanna bestemmiò, Giulio per una volta lo imitò, Tico andò al bar a farsi un altro Stravecchio. Il treno arrivò puntualmente e ripartì puntualmente sotto i loro occhi.

Orso intanto aveva pensato che un ultimo minutino di relax non gli avrebbe dato fastidio e si riaddormentò.

Gli altri andarono a trascorrere la giornata al loro solito bar.

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