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Il Credo della Messa dell’Incoronazione di W. A. Mozart: lo stupore di fronte al Mistero

di Roberto Brambilla

Il genio esprime con la sua arte l’attesa del cuore per qualcosa che trascende la realtà. La musica è la più alta espressione di questa attesa; essa nasce da uno sguardo profondo alla realtà come mistero. Il Credo della Messa dell’Incoronazione è l’impatto pieno di meraviglia di Mozart ancora adolescente con i misteri della fede cristiana: Unità e Trinità di Dio; Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo.

L’inizio è solenne, maestoso, pieno di energia. Già dall’introduzione dell’orchestra capiamo di trovarci di fronte a qualcosa di grande, di sommo. Le scale ascendenti degli oboi e le progressioni dei violini verso l’acuto sfociano infatti subito nell’esplosione del coro all’unisono (ogni voce canta la stessa nota: do): Credo in unum Deum. Tutta la prima parte è la descrizione della potenza e della magnificenza di Dio, Creatore del cielo e della terra, e della regalità di Cristo, Signore nostro, il Figlio unigenito che partecipa della gloria stessa del Padre. È stupefacente ascoltare come l’orchestra sottolinei questo con un continuo moto melodico che ripetutamente tende verso l’alto, mentre le voci del coro proclamano la grandezza di Dio scandendo in maniera compatta le sillabe del testo e ponendo degli enfatici accenti sulle parole Dominum Jesum Christum Filium Dei unigenitum. La grandezza di Mozart, nella produzione sacra, sta proprio nella semplicità e, allo stesso tempo, perfezione con cui la sua musica si fonde con le parole, rendendole vive ed espressive.

Nel Credo, il culmine di questa espressività è raggiunto di fronte all’incarnazione di Cristo. L’orchestra e il coro – che nella frase precedente avevano quasi “mimato” il descendit de coelis con tante scalette discendenti, dal registro più acuto a quello più grave – davanti al Mistero dell’incarnazione si ritraggono: è come se tutto il creato si fermasse pieno di stupore. Sono infatti i solisti a dire sottovoce, quasi con tremore, la frase che anche nella liturgia si recita con il capo chinato: et incarnatus est. L’atmosfera cambia di colpo: l’Allegro molto iniziale è diventato un Adagio, la fitta tessitura delle parti dell’orchestra si è sospesa nel silenzio delle pause, l’impeto e il vigore degli archi ha lasciato il posto al delicato arpeggio discendente dei primi violini che discretamente accompagna i solisti.

Ma in Mozart il clima muta con la stessa velocità con cui si dipana il testo. Dopo quattro battute, questa pace piena di commozione si trasforma in compassione piena di dolore. È lo struggimento per la morte di Cristo. La musica, passando in una tonalità minore, si fa più drammatica. Se alla nascita di Gesù avevano assistito solamente alcuni pastori (solisti), alla Sua passione partecipa tutto il popolo (il crucifixus è infatti gridato da tutto il coro). Bastano pochi attimi e il clima cambia nuovamente; il passus (morì) non è più gridato, ma appena sussurrato, con una tristezza venata di speranza che ricorda la delicatezza dell’emisit spiritum del Tenebrae factae sunt di Da Victoria. La morte non è l’ultima parola.

La melodia non fa in tempo a spegnersi sulle parole …et sepultus est che subito scoppia la gloria della risurrezione: tutta l’orchestra riparte con le scale ascendenti, riprendendo il vigore e il tempo dell’inizio. È il trionfo della Vita sulla morte.

La genialità di Mozart emerge anche nel modo in cui riesce a orchestrare la parte dedicata allo Spirito Santo. Per esprimere la varietà e vivacità dei carismi dello Spirito la musica si fa più discreta, meno imponente, un po’ giocosa; i violini sembrano scherzare tra note legate e staccate e il testo è affidato di nuovo ai solisti, che però non cantano più omoritmicamente (dicendo cioè le stesse sillabe nello stesso istante), ma intervengono in momenti diversi: prima il soprano, poi il contralto, il tenore e il basso. Come la varietà dei carismi nell’unità con Cristo è fonte di ricchezza per tutta la Chiesa, così l’intreccio delle diverse melodie dei solisti nell’unità armonica rende la musica in questo passaggio più preziosa, fluida e vivace.

Nel finale il coro ritorna compatto nel proclamare l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità della Chiesa. Il brano termina con il ripetersi, tra gli amen conclusivi – quasi a voler ribadire la propria fede – della frase Credo in unum Deum.

Mozart scrisse questa Messa nel 1772, quando aveva sedici anni.

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